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Potere al popolo o Potere operaio?

Riceviamo e pubblichiamo

La nuova lista alle prossime elezioni politiche – il cartello elettorale “Potere al popolo” composto da più partiti, lanciato dal Centro sociale “Je so’ pazzo” di Napoli e dall’organizzazione politica a cui fa riferimento, i Clash City Workers – a cui hanno aderito Rifondazione Comunista, PCI, Eurostop, Sinistra anticapitalista, Contropiano, NO TAV, sindacalisti di Cobas e Usb e altri, è una lista interclassista che raccoglie spezzoni di movimenti politici e di lotta.

La “novità” ha suscitato in alcuni settori nuove speranze in chi cerca una rappresentanza parlamentare e una sponda politica alle lotte, con l’illusione di riuscire a cambiare la realtà politico-sociale con il voto e il parlamentarismo.

Ognuno dei componenti eterogenei della lista, a seconda delle convenienze e della base sociale di riferimento, la definisce “anticapitalista”, “di rottura”, “comunista”, ma si tengono ben lontani dal caratterizzarla col simbolo della falce e martello. E’ vero che Potere al popolo non è un partito ma un cartello elettorale con programma condiviso, quindi una mediazione fra le posizioni di tutti i partecipanti; tuttavia nel programma e nelle rivendicazioni non va oltre una serie di obiettivi riformisti, al più antiliberisti, perfettamente compatibili col sistema capitalista.

Nel programma di Potere al popolo, infatti, si legge che “Per noi potere al popolo significa restituire alle classi popolari il controllo sulla produzione e sulla distribuzione della ricchezza; significa realizzare la democrazia nel suo senso vero e originario. Per arrivarci abbiamo bisogno di fare dei passaggi intermedi e, soprattutto, di costruire e sperimentare un metodo, che noi abbiamo chiamato controllo popolare”.
Il cartello elettorale quindi rivendica il “controllo sulla produzione” e la “distribuzione della ricchezza”, cioè il potere popolare, non il potere operaio e l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione. Per Potere al Popolo i ricchi possono essere sempre più ricchi, basta che con il controllo popolare distribuiscano un po’ più di ricchezza.

Potere al Popolo nel suo programma rivendica maggiore democrazia all’interno del sistema capitalista, non lotta contro il potere borghese, per il potere operaio e proletario, per il socialismo, per una società libera dallo sfruttamento capitalista che oggi non va di moda fra i piccolo borghesi, ma per un obiettivo condiviso anche da settori della borghesia “progressista” illuminata.

La lunga lista di rivendicazioni di Potere al Popolo chiede la cancellazione del Jobs Act, il ripristino della scala mobile e dell’articolo 18 per tutti i lavoratori, l’abolizione della Legge Fornero e l’età pensionabile a 60 anni; la nazionalizzazione della Banca d’Italia e la separazione fra banche di risparmio e banche d’affari. Massimo di pensione fissato a 5.000 euro lordi, la cancellazione della riforma “la Buona Scuola” e un aumento della quota del PIL per scuola e ricerca. Obiettivi di per sé condivisibili, ma alcuni promessi in campagna elettorale anche da Lega, Movimento 5 Stelle, Liberi e Uguali.

Anche sull’Europa Potere al Popolo si batte per “rompere l’Unione Europea dei trattati per costruire un’Europa fondata sulla solidarietà, sui diritti sociali e sulla pace”, per il taglio delle spese per la difesa, la cancellazione degli F35, il ritiro delle truppe italiane dalle missioni all’estero e la rottura dei vincoli Nato, oltre ad un “piano straordinario per disporre di un milione di alloggi in dieci anni utilizzando il patrimonio esistente” e la “la parità di genere a tutti i livelli, anche a livello salariale, fra uomini e donne”. Inoltre Potere al Popolo si schiera “contro le grandi opere come la TAV” per promuovere invece un “piano per la messa in sicurezza idrogeologica e sismica del paese.”
Ripetiamo, molti di questi obiettivi sono condivisibili, peccato che non si possano ottenere per via parlamentare.

Non è un caso che la prima rivendicazione pregnante e fondamentale sia la richiesta della difesa e applicazione della Costituzione: “Vogliamo la piena attuazione della Costituzione nata dalla Resistenza, e in particolare dei suoi aspetti più progressisti.”.
Difesa della costituzione si ma con la “rimozione del vincolo di pareggio di bilancio”, rivendicando – come scrive nelle conclusioni del suo programma – “una società più libera, più giusta, più equa”: cioè, sempre capitalista, come se sotto il controllo popolare il capitalismo, per la lista Potere al popolo, potesse assumere un volto umano.

Gli estensori del programma di Potere al Popolo sanno benissimo che la “Costituzione nata dalla Resistenza” stabilisce una serie di principi, di diritti e doveri dei cittadini di uno Stato democratico borghese capitalista, principi democratici dello Stato di diritto borghese e non principi socialisti; tuttavia rivendicano la piena attuazione “dei suoi aspetti più progressisti” Ma basta questo?

Vediamo nel dettaglio:
L’art. 1 della Costituzione afferma che: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”: questo significa semplicemente che l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro salariato, cioè sfruttato, e che la sovranità appartiene alla classe borghese al potere.

I capitalisti sono maestri nell’usare la Costituzione. Così lo Stato italiano si è attrezzato per aggirare e vanificare anche l’art. 11 della Costituzione che recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

Senza modificare una virgola dell’art. 11, la borghesia italiana – tramite i governi suoi comitati d’affari – si è creata una forza d’intervento militare pronta a difendere la “patria capitalista” e gli interessi dell’imperialismo italiano nel mondo. È bastato sostituire la parola “guerra” con “missioni di pace”, formare un esercito professionale pronto a intervenire in difesa degli interessi dei capitalisti in ogni parte del mondo e partecipare alle guerre imperialiste in corso. Tutti i governi italiani (di destra e di sinistra), insieme ai predoni della NATO, hanno partecipato ai massacri d’intere popolazioni con le guerre per la spartizione del bottino in tutto il mondo (Somalia, Iraq, Afganistan, Jugoslavia, Libia ecc.), e oggi in Niger, con buona pace di tutti i borghesi, “progressisti” e di alcuni “compagni” che – dopo aver votato e sostenuto le missioni militari all’estero quando erano al governo e al parlamento – sono oggi sostenitori della lista.

Lo stesso art. 32 (“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”), con la privatizzazione della sanità pubblica è ormai carta straccia, un affare per le assicurazioni, gli ospedali privati e le multinazionali farmaceutiche a scapito del diritto alla salute dei cittadini, tuttora formalmente garantito dalla Costituzione.

L’art. 42 della Costituzione afferma che: “La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati. La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti. La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale. La legge stabilisce le norme ed i limiti della successione legittima e testamentaria e i diritti dello Stato sulle eredità”. Ancora una volta, cioè, si afferma che la proprietà privata è riconosciuta dalla legge e i beni economici appartengono allo Stato, cioè allo Stato borghese organo del dominio di classe, prodotto dell’antagonismo inconciliabile tra le classi, “forza repressiva particolare” del proletariato da parte della borghesia, di milioni di lavoratori da parte di un pugno di ricchi sfruttatori.

Anche se la Costituzione afferma che l’operaio e il padrone sono uguali e hanno stessi diritti, la condizione di completa subordinazione economica sancita dall’ordinamento giuridico borghese fa sì che la “libertà” e la “uguaglianza” dei cittadini sia solo formale, essendo l’ordinamento giuridico capitalista fondato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione. In realtà il proletario “libero” nel sistema economico borghese è semplicemente “libero di essere schiavo”.

Tuttavia non siamo di quelli che dicono che la Costituzione va abolita. Alcuni articoli della Costituzione, come alcune leggi borghesi, possono essere usata anche dai rivoluzionari nella battaglia politica, senza tuttavia dimenticare il loro carattere di classe e senza illusioni.
Costruire il potere popolare significa tutto e niente, è una frase a effetto, perché il popolo è diviso in classi sociali, quindi quale deve essere la classe che dirige questo cambiamento?

Qual è il ruolo della classe operaia, del proletariato, di chi produce la ricchezza del paese di cui si appropriano i capitalisti e altri classi sociali?
Al di là delle fantasie e delle illusioni di chi pensa cambiare il sistema capitalista e il mondo attraverso l’allargamento del potere popolare senza distruggere il capitale, la contraddizione capitale-lavoro è sempre più evidente e attuale e lo sfruttamento che vivono giornalmente sulla loro pelle i lavoratori li riporta ogni giorno alla cruda realtà: profitti più alti per i capitalisti e peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei proletari.

Pensare di conquistare lo stato borghese attraverso la lotta parlamentare cambiando “dall’interno” lo stato borghese attraverso il “potere popolare” è un’illusione che è costata cara a chi ci ha creduto.
Solo nella lotta per distruggere il capitalismo e lo stato borghese, con la rivoluzione socialista, gli operai, i lavoratori, gli sfruttati, coloro che producono la ricchezza del paese sono gli unici che – se organizzati in loro partito su un programma rivoluzionario – possono essere gli artefici di “blocco sociale” attorno a cui aggregare tutte le altre classi oppresse.

Le elezioni possono (forse) essere un momento di maggiore visibilità per propagandare le proprie posizioni, noi oggi riteniamo sia un errore presentarsi alle elezioni con un programma “minimo” senza denunciare la democrazia borghese che nasconde la dittatura del capitale imperialista e delle sue istituzioni.

Noi crediamo che il compito dei comunisti oggi sia quello non solo di chiedere limitazioni allo sfruttamento, ma la sua abolizione con l’eliminazione della società capitalista.

La lotta degli operai coscienti, dei rivoluzionari, dei comunisti, per quanto a volte deve necessariamente difendere i singoli diritti civili borghesi per non arretrare, non può mai dimenticare che le costituzioni e le leggi borghesi servono a difendere il sistema imperialista. Noi lottiamo per un’altra società nella quale lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo sia abolito e considerato un crimine contro l’umanità. Per una società socialista in cui il potere operaio, la dittatura del proletariato, la più alta forma di democrazia degli sfruttati, sia esercitato attraverso i consigli degli operai e delle classi sfruttate.

Le illusioni elettorali di chi pensa di cambiare il paese e il mondo con le elezioni porta solo delusioni e sconfitte, con gravi conseguenze sul proletariato. La proprietà dei mezzi di produzione in mano ai capitalisti, la divisione del lavoro e le condizioni materiali degli esseri umani sono alla base delle divisioni in classe e se non sono eliminate, continueranno a riprodurre sfruttati e sfruttatori.

Michele Michelino, dalla Rivista comunista nuova unità, febbraio 2018