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Dal 'terrorismo' al turismo

Siamo in Colombia, ai nostri giorni. Quasi duecento militanti delle FARC – l’organizzazione rivoluzionaria che ha di recente avviato un processo di “pacificazione nazionale” con il governo sub-imperialista e stragista di Bogotà – hanno investito gli aiuti governativi finalizzati al reinserimento nella vita civile degli ex-guerriglieri nella creazione di un piccolo villaggio “socialista”, in cui le risorse sono distribuite in parti uguali all’interno della comunità e dove si lavora collettivamente nei diversi processi produttivi (Cfr. Il Manifesto dell’8 novembre, pag.9).
Il villaggio in questione – formato da una sessantina di case, un ristorante, un ambulatorio “popolare”, una panetteria,  una biblioteca, una scuola, a cui vanno aggiunti spazi ricreativi, campi di yucca, banani ed ananas – è sùbito diventato un’attrazione turistica. Che, ogni fine-settimana, attira gruppi sempre più numerosi di persone interessate a conoscere da vicino una tappa del processo di reintegrazione nella società colombiana degli ex-guerriglieri.
Insomma, fatte le dovute proporzioni, più o meno quel che è successo a Milano con l’ex-centro sociale autogestito Leoncavallo. Che, come si sa, è passato, nel volgere di pochi anni, vale a dire quelli sufficienti ad operare come mazzieri della melma rifondarola cittadina,  dalla “politica rivoluzionaria” a quella… turistica. Da punto di aggregazione politica e sociale a centro di richiamo turistico, se per “turismo” si intende il consumo di birra e di spinelli, i concerti musicali, e via di questo passo.
Anche se è vero che il “compagno” Farina, con la guerriglia, una qualsiasi, quella virtuale inclusa, non ha mai avuto alcun tipo di relazione, per sua fortuna giudiziaria e a conforto di chi, come noi, l’ha sempre considerato solo e soltanto un piccolo bottegaio frustrato, un esempio vivente di “braccia sottratte al piccolo commercio”. Di sicuro, comunque, non alla Rivoluzione, tranne forse quella enologica…

Red7