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Il capitalismo è barbarie e morte

Riceviamo e pubblichiamo

La moderna condizione operaia nel 2017: sfruttamento, licenziamenti e morti sul lavoro.
Di Michele Michelino (dalla rivista nuova unità)
Il caso ILVA Per anni i sindacati FIOM (CGIL)-FIM (CISL)-UILM (UIL) UGL- hanno garantito pace sociale e profitti ai vari padroni pubblici e privati, barattando il lavoro e il salario con la salute degli operai della fabbrica e dei cittadini di Taranto e dintorni. Non si lottava contro la nocività in fabbrica  e col padrone di turno, si accettava invece tranquillamente la politica padronale della monetizzazione della salute. La concertazione e la complicità hanno portato i sindacati a essere complici dei vari “piani industriali”, che avevano l’unico scopo di realizzare il massimo profitto sulla pelle degli operai. Invece lottare per eliminare  la nocività e rivendicare nelle piattaforme contrattuali condizioni e ambienti di lavoro salubri, hanno accettato condizioni che hanno avvelenato prima i lavoratori e poi il territorio.
Oggi la nuova proprietà della fabbrica dichiara che a livello nazionale è previsto un organico totale di 9.885 dipendenti tra quadri, impiegati e operai rispetto ai circa 14mila attuali. Circa 3.300 dei 4mila esuberi, su un totale di 14.200 lavoratori del gruppo Ilva, riguarderebbero la sede di Taranto, 599 quella di Genova.

Il governo, dopo essere intervenuto con soldi pubblici (di tutti i cittadini) per sanare le perdite della vecchia proprietà di Ilva (di padron Riva), socializzando i debiti e privatizzando il profitto,  ora regala la fabbrica – che sorge su 15 milioni di metri quadri di area, 200 chilometri interni di ferrovie, altri 50 di treni-nastri – ai nuovi padroni della ArcelorMittal-Marcegaglia, azienda che da subito ha preso il controllo di Ilva annunciando che il piano di “risanamento” dell’azienda consiste semplicemente in licenziamenti e tagli dei salari.
Immediate le reazioni dei lavoratori, con proteste e scioperi compatti che hanno costretto a scendere in campo anche il governo.”Quello che oggi manca rispetto all’offerta non sono i numeri degli esuberi, su cui si può discutere, fanno parte della trattativa sindacale – ha spiegato il Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda – ma il pezzo sugli impegni che l’acquirente ha preso nei confronti del Governo che riguarda i livelli salariali e di scatti di anzianità“. Gli esuberi per Ilva “erano noti a partire dall’offerta“, e “il tavolo con i sindacati ha l’obiettivo di ridurli” ma “non possiamo accettare alcun passo indietro, come Governo, per quanto riguarda le retribuzioni e gli scatti acquisiti“, ha detto. In sostanza per il Ministro si può ridurre il personale e licenziare a patto che il conflitto sia contenuto.
Una decisione accolta con favore da Maurizio Landini: “Il governo ha fatto bene a sospendere il tavolo sull’Ilva, ma ora l’esecutivo deve occuparsi di tutti gli altri temi”. Secondo l’ex leader Fiom potrebbe esserci un “ruolo di Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), e di altre forme che il Governo può garantire, dentro l’assetto societario che viene definito“.

Nella società capitalista il sindacato ha lo scopo di contrattare al meglio la condizione della forza lavoro e anche un sindacato di classe, oggi inesistente nel regime del lavoro salariato, non può andare oltre questo obiettivo.
La lotta sindacale contro gli attacchi del capitale è necessaria e indispensabile per la difesa delle condizioni di vita e di lavoro. Tuttavia gli operai non devono mai delegare al sindacato la difesa dei loro interessi. Mai dimenticare che l’unico obiettivo dei vertici sindacali, o unico scopo, è di farsi riconoscere e sedere al tavolo delle trattative con i padroni.
Infatti, le trattative, i mercanteggiamenti e i loro risultati sono alla fine destinati a colpire comunque i lavoratori, a gettare fumo negli occhi alle masse proletarie salvaguardando sempre e in definitiva gli interessi del capitale. Anche se temporaneamente in alcune circostanze favorevoli è possibile “vincere”, difendersi, arginare gli attacchi dei padroni, il modo di produzione capitalista non può in alcun modo essere riformato e migliorato.
Il futuro, il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro duraturo può avvenire solo nel socialismo, dopo aver definitivamente distrutto dalle fondamenta il sistema capitalista. Lottare e battersi per ridurre il margine dello sfruttamento, contrapponendosi al capitale e allo stato dei padroni, è necessario per non morire di fame, ma non bisogna dimenticare che finché esiste lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, il potere, la forza è ancora tutta dalla parte del capitale.
Non basta lottare contro gli effetti del capitale – licenziamenti, fame, miseria e guerre -bisogna lottare anche e soprattutto contro le cause dello sfruttamento.
Fino a quando le lotte del proletariato non riacquisteranno la necessaria centralizzazione e solidarietà di classe attorno a obiettivi socialisti, ponendosi l’obiettivo del potere operaio e proletario – interessi contrapposti e antagonistica a quelli del capitalismo e della classe borghese che detiene il potere economico e politico – la barbarie continuerà a incombere e colpire la classe operaia e le masse popolari.

Morti sul lavoro: al lavoro come in guerra.
Aumentano gli infortuni sul lavoro. 682 incidenti mortali nel 2017

Secondo i dati INAIL pubblicati a fine agosto, nei primi 8 mesi gli infortuni sul lavoro sono stati 422 mila, con un aumento dell’1,2% rispetto allo stesso periodo del 2016. Quelli mortali denunciati sono stati 682, con un incremento addirittura del 4,7%. Un fatto che non accadeva nel nostro Paese da anni.
In Italia gli operai e i lavoratori continuano a morire più che in guerra, fra l’indifferenza e l’ipocrisia del governo e delle istituzioni.
Davanti a questa guerra di classe dei padroni contro i proletari, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si limita a sottolineare come sia “inconcepibile” registrare tutte queste morti sul lavoro, specialmente tra i giovanissimi, senza fare nulla in proposito per fermare questa mattanza operaia.

Dai dati INAIL si evidenzia che l’aumento degli infortuni riguarda soprattutto l’industria e servizi (+2%) e i dipendenti pubblici (+3,3%), dimostrando così che la sicurezza sui posti di lavoro è inesistente e l’obiettivo del massimo profitto realizzato sulla pelle dei lavoratori non ha nessun rispetto della salute e della vita dei lavoratori.

Di lavoro si continua ogni giorno a morire.
Al 10 ottobre, secondo il report dell’Osservatorio Indipendente di Bologna sui morti sul lavoro, nei primi 9 mesi del 2017 i morti sul lavoro, compresi quelli in itinere. superano invece i 1.100
L’anno scorso in Europa sono stati 10.000 i lavoratori morti mentre andavano o tornavano dal lavoro (indagine europea). Oltre ai lavoratori regolarmente assicurati dall’INAIL esistono anche milioni di lavoratori in nero che non entrano dei conteggi, come quelli che subiscono diverse forme di sfruttamento nelle cooperative, nella logistica e in “stage”.

Ogni giorno decine di migliaia di persone – uomini e donne, un esercito silenzioso e spesso disperato – legge gli annunci sui quotidiani e su internet, manda il proprio curriculum sperando, se non in un contratto, quantomeno in un colloquio, ma alla fine la stragrande maggioranza resta senza lavoro e senza salario.
Una parte della forza lavoro che forma questo esercito è fatta dai 3 milioni e 127 mila disoccupati che compongono la giungla degli stagisti.
Da anni le aziende usano giovani nell’industria e nei servizi per coprire mancanze di manodopera nel proprio organico, spendendo poco o addirittura a costo zero (si tratta del cosiddetto  “stage rolling”, cioè la rotazione continua e senza speranza di assunzione), oppure per individuare un futuro dipendente (e questo è il caso dello stage volto ad assunzione).
Secondo il rapporto Excelsior redatto da UnionCamere e Ministero del Lavoro, nel 2011 sono stati attivati 307 mila tirocini in 215 mila aziende private. Di questi soltanto il 10,6 % ha dato poi luogo a un rapporto di lavoro. Le aziende li usano per sostituire ogni sei-dieci mesi un dipendente con uno o più stagisti a ciclo continuo. E questo non riguarda soltanto il settore privato ma anche quello pubblico: ad esempio avviene ampiamente negli uffici giudiziari. In questo settore gli infortuni sono completamente ignorati e solo in casi estremi vengono denunciati.
Lampante l’ultimo esempio. Vittima dell’infortunio, accaduto alla Spezia il 6 ottobre, è uno studente di un istituto superiore di 17 anni, impegnato in un progetto di alternanza scuola-lavoro all’interno di una ditta specializzata nella revisione e riparazione di motori nautici e industriali. Senza alcuna formazione, il giovane è stato costretto a salire su un muletto. Il ragazzo è rimasto schiacciato sotto il carrello elevatore quando questo, all’improvviso, si è capovolto nel piazzale dell’azienda. Il ragazzo è stato soccorso dai lavoratori della ditta che l’hanno estratto dal mezzo e hanno chiamato il 118. Trasportato in ospedale, lo studente (lavoratore) ne avrà per almeno 40 giorni secondo la prognosi.
Se non cambiamo – e presto – la realtà di oggi, questo non è solo il presente ma il futuro che spetterà alle prossime generazioni.