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Rubrica periodica

Ius soli: interviene Giacomo Leopardi

Nel dibattito che accompagna, peraltro stancamente, l’iter che dovrebbe condurre all’approvazione della legge riguardante il cosiddetto ius soli, non è possibile ignorare il parere che, sull’argomento, benché indirettamente per ovvi motivi cronoligici, ha espresso all’epoca Giacomo Leopardi, un autentico gigante del pensiero materialista.
L’opinione del poeta di Recanati, che di qui a poco registreremo, forse ad alcuni, in particolare ai giovani d’oggi convinti che tutto ciò che non è loro contemporaneo rappresenti una giustificazione di per sé sufficiente della loro ignoranza, risulterà alquanto “datata”.
Ciò nonostante, ci è parso utile ed importante ripescarla dal passato e riproporla oggi, sicuri come siamo che essa non potrà mai essere in qualche modo usata per confortare le fobie razziste e le frustrazioni xenofobe della feccia reazionaria nostrana e contemporanea.
Prima di dare spazio al Leopardi, ci sembra opportuno integrare il suo pensiero, se non altro per amor di completezza, con le analoghe considerazioni di Sesto Aurelio Vittore, uno storico romano di origine africana, del IV secolo d.C.
Per Sesto Aurelio, la progressiva incapacità di fronteggiare i movimenti migratori, che assumevano ormai le forme di vere e proprie invasioni di massa, sarà una delle cause della caduta dell’Impero romano.
Sarebbe stata infatti la pessima politica degli imperatori del III secolo, che, avevano lasciato entrare promiscuamente chiunque, vale a dire “i buoni e i cattivi, i nobili e gli ignobili, e molti barbari”, a far precipitare le condizioni di Roma, a favorirne la decadenza e a creare le premesse perché i Barbari governassero sui Romani.
Ma, come disse il boia della Rivoluzione francese un attimo prima di calare la lama della ghigliottina sulla testa del Re, “basta con gli indugi”.
La parola a Giacomo Leopardi:
Quando tutto il mondo fu cittadino Romano, Roma non ebbe più cittadini; e quando cittadino Romano fu lo stesso che Cosmopolita, non si amò né Roma né il mondo: l’amor patrio di Roma divenuto cosmopolita, divenne indifferente, inattivo e nullo: e quando Roma fu lo stesso che il mondo, non fu più patria di nessuno, e i cittadini Romani, avendo per patria il mondo, non ebbero nessuna patria, e lo mostrarono col fatto”.
(29 dicembre 1820). Zibaldone, 458

L. A.