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Bolle, mica balle

L’estate è tradizionalmente tempo di vacanze.
Ma è anche, tanto per cambiare, trattandosi di Capitalismo, e cioè del modo di produzione che più di qualunque altro nella Storia ne ha fatto una caratteristica specifica perché congenita alla sua natura, tempo di crisi economica, in atto ed in arrivo.
L’immediato futuro, infatti, si prospetta tutt’altro che incoraggiante e “tranquillo”, segnali di guerra mondiale imminente compresi, per via delle nuvolaglie cariche di tempesta (economica) che si addensano minacciose sull’orizzonte “cupo e desolato”, per dirla con il verso di un canto anarchico.
Ricordate la crisi del 2008, quella che fu provocata dal meccanismo, a sentire certi economisti di scuola borghese, “perverso” che spinse anche i Nordamericani meno abbienti ad indebitarsi per comperare case che, in realtà, non erano in grado di “permettersi”?
Quel meccanismo, per certi aspetti, rappresentava la punta emergente di un iceberg in gran parte incentrato sull’indebitamento inteso come motore della crescita economica yankee. Era cioè, se vogliamo, una bolla nella bolla. Allora si disse che si trattava di un episodio eccezionale, di un mera disfunzione funzionale di un corpo comunque sano che si sarebbe presto rigenerato e che andava nuovamente incontro ad un futuro di crescita e di benessere economico senza più rischi di ricadute.
Le solite diagnosi da medico senza laurea, rifilata a pazienti creduloni perché incompetenti. Solo qualche giorno fa, infatti, il Financial Times, una fonte affatto insospettabile in quanto tradizionalmente e comprensibilmente schierata a difesa di lor signori, ha rivelato che ogni tipo di debito yankee, sia esso pubblico, aziendale, familiare e personale non garantito, finanziamenti per l’acquisto di automobili, prestiti agli studenti, ecc,  ha raggiunto ormai livelli record.
In altri termini, gli yankees sono gravati dall’astronomica cifra di un trilione di dollari in debiti sulle carte di credito e di un importo analogo in prestiti agli studenti e in leasing automobilistici. Che, al pari dei vecchi mutui subprime (come ha osservato di recente Marcello Foa nel suo sito personale) “sono storicamente di bassa qualità e dunque particolarmente rischiosi”.
A sentire il Financial Times prima citato, le aziende nordamericane hanno aggiunto 7,8 trilioni di debito dal 2010, ma la loro capacità di ripagarlo è, a giudizio dello stesso Fondo Monetario Internazionale, ai livelli più bassi dal (famigerato) 2008.
Detto altrimenti il debito aggregato (sia pubblico che privato), negli USA, è oggi pari al 350% del Prodotto Interno Lordo del Paese!
In conclusione, perché una conclusione è pur sempre d’obbligo, mentre sull’orizzonte in rapido ma fatale avvicinamento della navigazione del Titanic contemporaneo si profila l’iceberg dell’ennesima bolla finanziaria, il popolaccio “spensierato” (perché privo di pensiero, dunque, al pari delle zanzare stagionali, di cervello) che si appresta a tuffarsi nel mare, non solo metaforico, delle vacanze estive, séguita a godere, inconsapevole della sorte fatale che lo attende, di un benessere effimero.
Effimero come tutto ciò che ha storicamente prodotto un modo di produzione, come quello capitalistico, ormai in agonia.

Red7