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Non solo “all’epoca di Berlusconi”. Non solo negli “anni di m….” in cui tutti noi soffochiamo avvolti dai miasmi dell’idiozia finalmente al potere.
Sempre, in pratica da sempre, il calcio (inteso come gioco, non come punizione per una classe politica e per il popolino-bue che la esprime, responsabili entrambi della catastrofe in cui siamo stati fatti precipitare) è una dei Valori fondanti il nostro sciagurato Paese.
Insieme con i Soldi e con quella parte anatomica femminile che, in molti uomini, ha sostituito fin dalla nascita un cervello di cui mai nessuno di loro, forse per l’eccesso di lavoro manuale, ha mai rimpianto la mancanza.
Questa premessa è stata resa necessaria da un avvenimento capitato nei giorni scorsi a Firenze; e cioè la nomina ad allenatore della locale squadra di calcio di Sinisa Mihailovic, già giocatore della Lazio e dell’Inter.
Fin qui, niente di cui indignarsi: in fondo, “c’è più pallone sui giornali e nella testa della gente” che soldi nella busta-paga di un “normale” lavoratore dipendente o sul libretto di un  qualunque pensionato, quelli appartenenti alla Casta ovviamente esclusi.
Fin qui; perché c’è un poi. C’è soprattutto quell’avanzo di materiale stercorario che è Adriano Sofri, il Superpentito ex dirigente di Lotta Continua giudicato, da un tribunale della Repubblica (borghese) a cui sono sempre andati i suoi favori (ed altro ancora), mandante dell’esecuzione del commissario Calabresi, l’assassino dell’anarchico Pinelli.
Cosa ha fatto Sofri, a parte il precedente a cui deve la sua fama di Pentito e di Infame?
Sul Foglio, il quotidiano del suo amico Giuliano Ferrara, che sta al giornalismo come Ignazio La Russa alla bellezza maschile, Sofri ha scritto: “Mihajlovic è un gran calciatore, fenomenale nei calci piazzati, negli insulti razzisti”, uno che “ha abusato del suo ruolo sportivo per esaltare le sue opinioni”, uno “il cui idolo è Arkan e le sue imprese criminali”.
Che Sinisa, di padre serbo e di madre croata, sia orgoglioso di essere di nazionalità serba lo sanno anche i redattori del Foglio, presi qui, correttamente, ad esempio di ignoranza e di stupidità. Lo sanno perlomeno dagli anni dell’aggressione imperialista alla Jugoslavia, quando Mihajlovic entrava in campo indossando una maglietta con disegnato un bersaglio. E che diceva, fra l’altro: “Mladic? Un grande guerriero che combatte per il suo popolo”, “Milosevic? È il mio presidente”.
Neanche i pennivendoli de Il Foglio, però, sanno (e, per loro, è normale) che l’ex giocatore dell’Inter è di Vukovar, la città croata dove, nel 1991, su istigazione del Vaticano e della Germania, ebbe inizio la carneficina. Una carneficina che riguardò personalmente anche Sinisa.
Immaginate che qualcuno (qui i croati, altrove i sionisti) vi entri in casa con la violenza e spari ai tuoi ritratti incorniciati, mentre giochi per la Stella Rossa, il club di Belgrado; che il tuo miglior amico (croato) te la devasti perché, se non lo fa, viene ucciso dai suoi camerati; che uno zio telefoni a tua madre dicendo “uccideremo quel porco di tuo marito serbo” e che poi ti tocchi salvargli la vita quando viene arrestato da Arkan.
Tutto questo a  Mihajlovic è successo. Ed è stato lui per primo a raccontarlo in un’intervista rilasciata al Corriere di Bologna nel 2009: “voi parlate di atrocità, ma non c’eravate. Io sono nato a Vukovar, i serbi sono minoranza, Nel 1991 c’era la caccia al serbo: gente che per anni ha vissuto insieme, da un giorno all’altro si sparava addosso. Arkan venne a difendere i serbi in Croazia. I suoi crimini di guerra non sono giustificabili, sono orribili, ma cosa c’è di non-orribile in una guerra civile?”.
Nostalgico dichiarato della Jugoslavia socialista di Tito, dopo l’uccisione del comandante serbo Arkan non esitò a dichiarare: “era un mio amico, io gli amici non li rinnego”.
Il suo accusatore, invece, da buon infame e pentito, gli amici li ha rinnegati tutti: e non solo gli amici, e non solo i compagni, e non solo le lotte, ed i militanti assassinati dalla sbirraglia democratica, e gli ideali che sventolano sulle bandiere che sempre trovano uomini onesti pronti a seguirle…
Per la feccia “alla Sofri” persino il disprezzo rappresenta un trattamento di favore.

Eugenio Colombo