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La fede nel pallone

Il calcio è l’unica religione che non ha atei
Anonimo

Da noi, in Italia, ai più il suo nome non dice nulla.
A parte questo, Mohamad al-Arefe è un insegnante di teologia islamica, una branca, insieme con quella cattolica, della letteratura horror, presso l’Università Re Saud di Riyad, la capitale dell’Arabia Saudita (e dove, se non in una città dell’Arabia Saudita, ci poteva essere un’università intitolata a re Saud’?). Di una monarchia assoluta, sia insinuato per inciso, che estrae il petrolio per alimentare la macchina dei peggiori tagliagole islamisti.
E, sempre a quanto si dice, è una personali di rilievo dell’Islam, la più giovane delle religioni monoteistiche se si esclude il culto del calcio. Il quale calcio, a differenza di al-Arefe che pure vanta ben 17 e passa milioni di follower, conta miliardi di fedeli in tutto il mondo, civilizzato e non, dunque Stati Uniti compresi
Se ci occupiamo oggi del nostro teologo islamico è perché egli si è rivolto alla FIFA, l’organismo religioso centrale che disciplina il culto del calcio e che, in un amen (è proprio il caso di dirlo, trattandosi, per l’appunto di una religione di fatto) può sconvolgere l’esistenza dei suoi fedeli-adepti più dei decreti legislativi e ultraliberisti del governo renziano di Gentiloni. Lo ha fatto (di rivolgersi alla FIFA, non ancora al governo-Gentiloni) per chiedere, in spregio alle note tradizioni tolleranti dell’Islam, che siano vietate le manifestazioni pubbliche di fede a lui sgradite, e cioè il segno della croce.
Segno della croce che abitualmente alcuni calciatori cristiani (e ultramiliardari, con buona pace dell’amore per i poveri che il loro credo dovrebbe rendere moralmente vincolante, dunque costume di vita ad imitazione di quella del Cristo) fanno per esprimere il loro ringraziamento verso la divinità per il risultato raggiunto grazie al goal realizzato, quando non come auspicio prima che abbia inizio l’incontro (l’incontro di calcio, non quello con la divinità).
Ad al-Arefe, insomma, non vanno bene i calciatori cristiani, visto che si dimentica, ad esempio, del calciatore della Roma Salah, un egiziano di fede islamica che è solito ringraziare a modo suo Allah inginocchiandosi per pregare nella rituale posizione con fronte e mani a terra. E rivolgendosi non è ancora chiaro se alla Mecca oppure, più laicamente, alla tribuna centrale dello stadio che ospita il suo munifico datore di lavoro.
Il nostro teologo islamico, diciamolo chiaramente, è privo di senso dell’umorismo. E di cultura calcistica: non sa che, a suo tempo, il leggendario Johan Cruijff, probabilmente il più grande calciatore di tutti i tempi, osservò che “in Spagna tutti e 22 i giocatori si fanno il segno della croce prima di entrare in campo. Se funzionasse, tutte le partite finirebbero con un pareggio”.
E, aggiungiamo noi, dimostrerebbero finalmente la finora indimostrata esistenza di dio.

Ravachol