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Di sionismo ed antisemitismo (2)

Seconda parte

Fin qui abbiamo chiarito, o perlomeno abbiamo cercato di farlo, che fra Sionismo ed Ebraismo, cioè fra un Movimento politico, il Sionismo, ed una Religione, l’Ebraismo, non è possibile né tantomeno lecito stabilire una relazione di identità. Ciò nonostante, a dispetto della verità storica, che “si permette” di criticare il Sionismo – che non è, val la pena ribadirlo, una particolare politica dell’entità sionista auto-denominatasi Israele, bensì la pretesa che un presunto “popolo ebraico” abbia diritto, per volontà divina, ad avere uno Stato proprio – è oggi accusato, e perseguito anche attraverso leggi specifiche, promulgate ad hoc, di essere anti-semita.
Per confutare questa pretesa – anch’essa, come quella che stabiliva una relazione di identità fra Sionismo ed Ebraismo, priva di fondamento storico, dunque assolutamente arbitraria – occorre preliminarmente rispondere ad un quesito: gli Ebrei sono semiti? E, se sì, in che senso ed entro quali limiti?
I Semiti, da cui l’aggettivo semita, sono notoriamente una famiglia di popoli che si è diffusa nell’area compresa fra il Mediterraneo, i monti dell’Armenia, il fiume Tigri e l’Arabia meridionale, per poi estendersi all’Etiopia ed all’Africa del nord. Popoli, quelli elencati, che rientrano in uno stesso gruppo linguistico: il  gruppo semitico, per l’appunto.
E’ quindi del tutto improprio e scorretto l’uso del termine “semita” come sinonimo di “ebreo”, proprio come sarebbe scorretto ed improprio dire “ariano” o “indo-europeo” in luogo di “italiano”, “tedesco”, “russo” o “persiano”.
Ugualmente errato è, di conseguenza, l’utilizzo del termine “antisemita” quando, così facendo, si intende perseguire il reato di “antisemitismo”; reato che viene fatto consistere nella “avversione nei confronti del popolo ebraico, maturatasi di volta in volta in forme di persecuzione o addirittura di mania collettiva (…)” (Devoto-Oli, Vocabolario illustrato della lingua italiana, 1967).
Se usato correttamente, infatti, il termine “antisemitismo” (introdotto per la prima volta nell’uso corrente dal giornalista viennese W. Marr) dovrebbe piuttosto indicare l’ostilità, più o meno violenta, nei confronti dell’INTERA famiglia semita, di TUTTI i Semiti, non di una sua componente soltanto.
E poiché, ai giorni nostri, la componente più numerosa e più diffusa della “famiglia semitica” è rappresentata dalle popolazioni di lingua araba, non certo da quella ebraica, l’accusa di antisemitismo dovrebbe essere rivolta a chi nutre ostilità ed avversione nei confronti degli… Arabi, soprattutto quelli di religione musulmana.

Per farla breve, essere semiti non significa appartenere ad un particolare gruppo “razziale” o etnico, bensì parlare una particolare lingua: quella semitica. E, occorre precisarlo?, a parlare una particolare lingua piuttosto che un’altra non sono le (presunte) “razze” (che non esistono), bensì le diverse etnie, cioè le diverse comunità i cui membri hanno in comune un insieme di elementi culturali quali la lingua, la religione, gli usi e le tradizioni.
Che senso ha, allora, accusare di antisemitismo chi critica l’esistenza e la politica dell’entità sionista quando né gli ebrei sono i soli semiti né essere ebreo, dunque di religione ebraica, equivale ad essere sionista?
Se non riuscite a rispondere correttamente a questo interrogativo, può essere soltanto perché o siete simpatizzanti a diverso titolo del morituro PD oppure siete scemi come il Catarella dei telefilm del commissario Montalbano.
Il che è poi la stessa cosa…

2. Fine della seconda parte