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Riparliamo della Colombia

Della Colombia, ed in particolare dell’”accordo di pace” fra le FARC ed il locale governo reazionario colonizzato dall’imperialismo yankee, abbiamo già avuto occasione di occuparci, come ben sanno i nostri più assidui lettori.
Se ritorniamo oggi sull’argomento, è per completezza di cronaca. E lo facciamo dando conto delle posizioni espresse sugli interrogativi sollevati da una trattativa giunta pressoché all’epilogo delle principali organizzazioni politiche e/o combattenti di un continente la cui storia sembra essere arrivata ad un punto di svolta di rilevanza epocale.
Bando comunque alle ciance, per dirla con il Super Bomba fiorentino che ha fatto della logorrea vacua ed insensata il suo tratto distintivo: iniziamo dai reduci-epigoni del PTR-ERP, l’eroico partito rivoluzionario argentino che si oppose fino all’ultimo alla dittatura clerico-fascista che ridusse ad un camposanto la patria di Santucho e dei suoi valorosi compagni.
Per gli ex-combattenti dell’ERP, molti aspetti dell’accordo appaiono affatto ambigui: “In primo luogo, è possibile confidare nel fatto che la borghesia rispetti un compromesso con queste caratteristiche senza che sia data una correlazione di forze favorevole alla nostra classe e perlomeno di parità con la borghesia? Noi crediamo di no e, per quel che ne sappiamo, non è questo il caso delle FARC che, pur contando su più di cinquanta anni di attività, non dispongono di un radicamento fra i lavoratori e nel popolo colombiani tale da porli nella condizione di confrontarsi con la borghesia su un piano quantomeno di uguaglianza. D’altro canto, è evidente che l’accordo non contempla nessun punto che faccia riferimento alle basi militari yankees presenti in questo Paese. Si tratta forse di un tema di minore importanza che la direzione della guerriglia ha ritenuto di poterlo far passare sotto silenzio? Inoltre, non sono state tirate conclusioni sulle esperienze precedenti, comprese quelle relative a questo stesso Paese? Ricordiamo il “patto di pace” firmato fra il M19 ed il governo nel 1989 che si risolse in un massacro di numerosi suoi militanti, dirigenti compresi. Noi non possiamo, tenuto conto di questi elementi, augurare un futuro felice a questo accordo. Al di là delle ‘buone intenzioni’, gli errori di valutazione delle forze possono essere pagati assai cari” (cfr.www.prt-argentina.org.ar. La traduzione dall’originale è nostra).
Detto in sintesi, i compagni delle FARC avrebbero dovuto chiedere la smilitarizzazione della Colombia e la fine di ogni collaborazione dell’attuale governo colombiano con la NATO.
Da parte loro, i combattenti peruviani di Sendero Luminoso non hanno esitato a parlare di “revisionismo armato” delle FARC.
Un altro giudizio critico è arrivato dal MIR cileno e dal Frente Patriottico Manuel Rodriguez, entrambi protagonisti della lotta contro la dittatura del boia Pinochet.
“Quanto alle Farc, nel rispetto del loro diritto, in quanto organizzazione politica, di decidere le proprie vie di lotta, riteniamo che affidarsi per intero al campo legale ed istituzionale di un capitalismo in profonda ed irreversibile crisi significa, nella nostra realtà continentale, scegliere un cammino che non conduce ad una soluzione strutturale riguardante il sistema ed il modello sociale del capitale. Inoltre si tratta di un cammino che non lascia margine alcuno ad una rivoluzione profonda e libertaria. (…) Tutto questo processo  avviene grazie ad un negoziato di alto livello geo-politico, in cui interessi degli Stati cubano e nordamericano, Israele compreso, hanno giocato un ruolo importante per determinare l’agenda e gli accordi definitivi”. (cfr. www.albainformazione.com. La traduzione dall’originale è nostra).
Poniamo termine a questa rapida e sintetica rassegna con le valutazioni, che utilizziamo  a guisa di conclusione, di un grande amico del Movimento Rivoluzionario internazionale, ed in particolare della sua frazione latino-americana, James Petras.
“Dobbiamo capire che gli accordi sono fortemente dipendenti da ciò che si intende per opportunità economiche e politiche per i guerriglieri, gli insorgenti ed i loro simpatizzanti. Nel caso del Centro-America, gli accordi di pace hanno lasciato la stragrande maggioranza della popolazione abbandonata e solo gli ex-guerriglieri hanno preso seggi in Parlamento, nel Governo, nella società civile. (…). Ci sono migliaia di combattenti e sostenitori dell’FMLN salvadoregno che sono stati abbandonati e i leader hanno cercato solo di entrare in Parlamento, e hanno finito per difendere gli interessi dell’agro-business. Mentre la stragrande maggioranza dei combattenti e degli abbandonati ha deciso di prendere la via della strada, alcuni sono andati in altri Paesi come gli Stati Uniti, altri hanno cominciato a unirsi a bande criminali e trafficanti. Ora, sotto il governo del FMLN, ci sono più omicidi che durante la guerra civile e la lotta rivoluzionaria” (cfr. www.cedema.org).

Red4