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Fo fu

Smentendo il detto latino solitamente attribuito a Chilone  “de mortuis nihil nisi bonum” o, se preferite apparire più moderni agli occhi dei simpatizzanti del Superbomba di Firenze, le parole, più o meno di significato analogo, di Georges Brassens (“E’ morto, era giunta l’ora. E’ sempre bello il tempo che fu. Appena hanno tirato le cuoia, si perdona a chiunque ci abbia offeso: i morti son tutti brava gente!”, non ci uniremo al coro di cortigiani e di adulatori che ha salutato la scomparsa di Dario Fo con le solite nauseanti frasi retoriche di circostanza.
E che si è profuso in una litania di omaggi alla sua militanza politica, dando per scontato che Dario Fo, ci si perdoni il gioco di parole, fu un modello di “comunista”, di “rivoluzionario”.
Non lo faremo perché non è giusto farlo.
Dario Fo è stato indiscutibilmente un grande intellettuale, uno straordinario “uomo di cultura”, che ha senz’altro meritato il conferimento del premio Nobel per la Letteratura, a dispetto dei suoi critici semi-analfabeti, dei carabinieri che ne violentarono la moglie a dimostrazione che certe pratiche barbariche non sono assolutamente tipiche degli extra-comunitari e dei dementi di Destra convinti che andare oltre la lettura degli slogan pubblicitari sia un’impresa cerebralmente troppo impegnativa.
Quanto invece ai suoi “meriti” politici…
Quanto a questi, il discorso è un po’ diverso, fate voi se molto o poco diverso.
Che Fo, da giovane, sia stato fascista, è un fatto ormai assodato.
Addirittura da una sentenza del Tribunale di Varese (in data 15 febbraio 1979) chiamato a decidere in una causa di “diffamazione” avviata dal Nostro nei confronti di un giornalista, per i pedanti Gianni Cerutti, direttore de Il Nord, che aveva fatto luce sul suo passato. Vale a dire sulla sua esperienza di volontario della Repubblica Sociale nella fila del battaglione “A. Mazzarini” della Guardia Nazionale Repubblicana (GNR), insieme con Enrico Maria Salerno impegnato nella riconquista del caposaldo di Cannobbio, nell’Ossola, nell’ottobre 1944.
Fin qui, se vogliamo, nulla di particolarmente scandaloso, tenuto conto dell’età del giovane Dario (17 anni). E nonostante migliaia di altri giovani di quella stessa età avessero deciso di combattere, a rischio della vita, a fianco dei partigiani.
Non è questo in fondo lo scandalo. Anche se, giova sempre ribadirlo, il fatto che non sia uno scandalo non significa che sia un merito. O, volendo essere altrettanto benevoli e comprensivi, una nota biografica tutto sommato irrilevante.
Lo scandalo riposa altrove. Nel fatto che Dario Fo abbia negato i suoi trascorsi fascisti inventandosi pretese “infiltrazioni” nei ranghi repubblichini per conto della Resistenza. E per altri motivi a dir poco  romanzeschi: “Perché mi arruolai tra i repubblichini. Lo feci per stornare i sospetti sulle attività partigiane mie e dei miei familiari” (Intervista di Dario Fo a Il Giorno dell’8 febbraio 1978).
Persino nella sua biografia personale, consultabile online nel sito della Fondazione Franca Rame-Dario Fo e curato dalla stessa Franca Rame, la scelta di quel periodo è quantomeno elusiva ed ambigua, reticente. “Durante la guerra, Dario, richiamato sotto le armi nella Repubblica di Salò, riesce a fuggire e trascorre gli ultimi mesi (e quelli prima?, ndr) della Liberazione nascosto in un sottotetto”.
D’accordo, obietterete voi: ha militato nella Repubblica di Salò. Ma lo ha fatto da giovane. E poi, quanti “comunisti duri e puri” non hanno avuto alle spalle un tipo di esperienza non troppo dissimile? Ci si può dimenticare di Ingrao, o di Lajolo, il primo direttore dell’Unità del post-Liberazione, già volontario della guerra civile spagnola nelle file fasciste, o dello stesso “presidente della Repubblica nata dalla Resistenza anti-fascista” Giorgio Napolitano, per citare solo qualche nome?
No, non è per questo che i crediti del Fo compagno e rivoluzionario risultano, a ben vedere, pressoché inesigibili: è per altro.
E’, ad esempio, per aver sottoscritto, nel 2004, in compagnia, fra gli altri, del cantautore Francesco Guccini, idolo degli antagonisti sordi ed un po’ suonati, dello scrittore Paolo Rumiz e dell’islamologo dell’Università Cattolica di Milano Paolo Branca un appello in cui si chiedeva che il presidente siriano Assad “venga processato per crimini di guerra e contro l’umanità” e si esprimeva pieno sostegno  ai “numerosissimi siriani… scesi in piazza nel 2011 domandando libertà, dignità e pari opportunità e per questo massacrati dal regime”.
Ignorare che la pretesa “opposizione popolare” al legittimo governo siriano era in realtà formata da mercenari e banditi al soldo dell’imperialismo Usraeliano e rappresentava un tassello del complotto ordito dall’Occidente nei confronti della Russia, naturalmente per interposta Siria, per un intellettuale futuro premio Nobel rappresenta, è il caso di sottolinearlo?, un peccato tutt’altro che veniale.
Ciò nonostante, il “compagno” Dario, nell’errore di valutazione (?), ci ricasca. Quando, nel marzo 2011 (sempre a beneficio dei pedanti: il 24), in un’intervista all’Unità non nasconde la sua posizione favorevole ad un intervento contro la Libia del colonnello Gheddafi, un dittatore che ha oltretutto il “difetto” di essere amico dell’odiato e demonizzato Berlusconi.
Fin qui, comunque, cose da poco. Da poco in confronto alla posizione, questa sì imperdonabile e rivelatrice, che Dario Fo e Franca Rame, assunsero nei giorni del cosiddetto “sequestro Moro”.
In quei giorni, infatti, i due svolsero il ruolo di veri e propri delegati-rappresentanti dello Stato, incaricati di “perorare” la liberazione del presidente del Partito Canaglia denominatosi Democrazia Cristiana con i militanti de nucleo storico delle Brigate Rosse sotto processo a Torino.
Un episodio, questo, oggi del tutto “silenziato”.
I due, ovviamente, contavano di poter giocare la carta, ai loro occhi ed agli occhi dei loro mandanti, vincente della, peraltro benemerita, attività svolta da Franca Rame con il Soccorso Rosso, l’associazione che, all’epoca, si occupava dei detenuti in generale e dei prigionieri politici in particolare.
Perché lo fecero? Perché dei “comunisti”, dei “rivoluzionari” decisero non solo di schierarsi a fianco dello Stato, ma addirittura di farne le veci e di rappresentarne gli interessi? Eppure, i loro ruoli in politica, le loro stesse attività politico-professionali non li obbligavano a una scelta del genere: se non si fossero schierati, non solo nessuno l’avrebbe notato, ma addirittura nessuno avrebbe loro rimproverato un’omissione del genere.
Nella vita di ciascuno, soprattutto nella vita politica, ci sono punti di svolta qualificanti e rivelatori. Perché ti obbligano a schierarti, a prendere posizione, a decidere se stare da una parte o dall’altra perché da entrambe non è possibile stare contemporaneamente.
In quel periodo ormai remoto, Dario Fo decise, pur non avendo più 17 anni, da che parte stare.
Decise di stare da una parte che non è mai stata e mai sarà quella dei veri comunisti, dei rivoluzionari.
E’ morto Dario Fo, un grande intellettuale, un grandissimo attore, un rivoluzionario del teatro e della recitazione.
Solo questo. Non è poco, d’accordo; ma è solo questo.
La Rivoluzione è una cosa troppo seria per lasciarla recitare dai guitti, anche se pur sempre guitti geniali…

Eugenio Colombo