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Slogan (demenziali)

Slogan”. Se cercate il significato della parola, non avete che da sfogliare un dizionario. Ad esempio l’autorevole Palazzi. Qui trovate la spiegazione comune del termine: “frase concisa ed efficace, destinata a colpire l’attenzione dei lettori o degli ascoltatori”. O ancora, aggiungeremmo noi, sicuri di rispettare il senso della parola, di un interlocutore in generale.
Da qui la logica conseguenza che ogni slogan ha il proprio referente, di qualunque genere esso sia; e che ogni slogan, in quanto mezzo di comunicazione, non solo trasmette all’interlocutore un particolare messaggio, ma rende anche esplicito un contenuto: quello che si intende trasmettere.
Fate a questo punto un passo indietro nel tempo; e ritornate per un attimo alla manifestazione che si é svolta, qualche settimana, a Milano, in piazza San Babila, per protestare contro l’assassinio, ad un picchetto di lavoratori in sciopero, avvenuto nei pressi di Piacenza di un “operaio egiziano padre di cinque figli”.
Comprensibilmente compiaciuti, tutti i media di regime hanno evidenziato che i manifestanti sono sfilati dietro uno striscione, che mostrava lo slogan, almeno per quelli che hanno in odio qualsiasi forma di pacifismo autolesionista e moraleggiante, assolutamente stupefacente ed incredibile, “Ammazzateci tutti”.
“Ammazzateci tutti”, vi rendete conto?! Uno slogan demenziale e provocatorio del genere in una manifestazione di protesta, dunque di lotta, contro l’ennesimo crimine commesso dai Padroni e dai loro luridi servi!
A parte che tanto gli uni quanto gli altri, quando si é trattato e si tratta di assassinare i lavoratori sia direttamente (ad esempio sulle piazze, nelle strade, nei picchetti, negli scontri con la Polizia…) sia indirettamente (sui luoghi di lavoro, con le malattie contratte durante il lavoro, in séguito a condizioni di sfruttamento disumane…) non si sono fatti e non si fanno certo pregare di farlo, colpisce, nello slogan esibito con rabbia mista ad orgoglio dai “militanti dell’USB”, il contenuto pacifista che esso intende comunicare. E che si potrebbe riassumere anche così: vedete, noi siamo “buoni”, sono loro che sono “cattivi”; noi siamo delle vittime, sono loro che sono carnefici. Il pacifismo, anche nelle sue forme estreme, vale a dire più demenziali, vale sempre la pena ribadirlo, é uno dei tanti figli bastardi del riformismo; ed in particolare del riformismo di matrice cattolica. Quello che da sempre si fa carico della difesa dei diritti dei lavoratori perché questi ultimi sono “poveri, sfruttati e vittime dell’Ingiustizia”.
Nella stessa logica mistificante si inscrive anche un altro slogan, che càpita sempre più spesso di ascoltare nelle manifestazioni di piazza, ed in particolare nelle poche, pochissime, che vorrebbero protestare contro il rischio dell’ennesimo conflitto mondiale.
“Guerra? NO, grazie!”.
E’ quel “grazie” che lascia a dir poco ad occhi sgranati e ad orecchie offese: “grazie”?!
Anche il più stupido degli stupidi si scuserebbe, ad esempio, con chi gli propone la proverbiale alternativa “la borsa o la vita”? Lo ringrazierebbe?
Demenziale, semplicemente demenziale…
Altrettanto demenziale, oltre che teoricamente falso, é invece lo slogan che invita a lottare per una società… più giusta”, come se la società capitalistica, il modo di produzione capitalistico fosse in una qualche, anche minima, misura “giusto”! Qui il riformismo si toglie definitivamente la maschera e si mostra per quello che è sempre stato e che sempre sarà: il rifugio dei borghesotti frustrati ed impotenti, l’asilo di chi non vuole cambiare le cose alla radice ma soltanto aggiustarne la facciata, l’aspetto. Che, a sentir loro, é solo, con una semplice operazione di cosmesi facciale, da rendere più attraente, dunque più appetibile…
E per finirla con questa esposizione (canina) di demenzialità pseudo-militanti, impossibile non citare la Gazzetta dei collaborazionisti dementi per antonomasia, e cioé il sedicente “quotidiano comunista” Il Manifesto.
Che, come se fosse possibile cambiare la natura degli sciacalli semplicemente agghindandoli da leoni, “lancia” così la campagna di promozione della propria ristrutturazione grafica: “Il 29/09 facciamo la rivoluzione. Da giovedì cambiamo tutto, anche la grafica. Per cambiare il mondo, da qualche parte dovevamo pur cominciare. Il Manifesto, la tua rivoluzione quotidiana”.
“La tua rivoluzione quotidiana”, per tacere di quello che precede…
Be’, se la Rivoluzione, sia essa quotidiana o meno si risolve con questi espedienti da ufficio marketing di qualche casa produttrice di dentifrici o di pannolini e con gli slogan da cristianucci oratoriani che abbiamo elencato all’inizio, non facciamo certo fatica a capire per quali ragioni la Sinistra, i sindacati ed i movimenti di lotta, dopo una breve stagione sotto le stelle, siano ritornati a vivere nelle stalle. Che é poi, in definitiva, l’unico luogo in cui possono riprodursi e, a modo loro, prosperare.

Eugenio Colombo