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Ancora loro

Allorquando, qualche attentato fondamentalista fa, la Russia decise di raccogliere l’appello del legittimo governo siriano ad intervenire militarmente per arginare l’aggressione salafita (l’aggettivo si riferisce al cartello terroristico allestito, finanziato, equipaggiato e diretto dall’imperialismo USraeliano, non all’accozzaglia dei seguaci rincoglioniti del candidato “di sinistra” alla carica di sindaco di Milano, Giuseppe Sala), un fiume di critiche, ovviamente interessate e “di parte”, si riversò su Putin.
La più ricorrente delle quali era che la scelta russa avrebbe “rafforzato” (sic!) l’ISIS, piuttosto che in indebolirlo. E che ci si sarebbe presto di fronte ad uno scacco politico-militare del tutto simile a quello patito a suo tempo in Afghanistan.
Tutto ciò nonostante i dirigenti russi avessero assicurato che il loro intervento si sarebbe risolto rapidamente. In primo luogo, sarebbe stato breve (in effetti, non è andato oltre i cinque mesi e mezzo), nonostante l’estensione e la gravità del conflitto. Inoltre, si sarebbe avvalso di mezzi estremamente limitati (pochi consiglieri militari “sul campo” e solamente sessanta aerei, vale a dire meno del 5% dell’aviazione militare russa).
La prima lezione di Putin ai suoi “critici interessati”, oggi che è stato deciso il ritiro dell’appoggio militare alla Siria, è stata dunque una lezione militare: gran parte degli obiettivi della vigilia sono stati raggiunti e, considerato il rapporto fra mezzi impiegati, risultati ottenuti e tempo impiegato per realizzarli,  il successo russo appare indiscutibile. Soprattutto se paragonato all’esperienza afgana di un decennio fa.
In poco più di cinque mesi, infatti, l’Esercito siriano hanno riconquistato 10mila kilometri quadrati, ripreso il controllo di 400 città e località e costretto le bande terroristico-salafite dei cosiddetti “ribelli” sulla difensiva. L’appoggio degli aerei russi ha consentito all’Esercito Arabo Siriano non solo di riprendere l’offensiva, ma anche di modernizzare i propri equipaggiamenti, di perfezionare la propria strategia e di migliorare la propria tattica. Tutto ciò nonostante le perdite subìte negli anni scorsi a causa degli attentati kamikaze yihadisti. E, è doveroso sottolinearlo, al sostegno fornito alle bande mercenarie degli aggressori da Turchia, Araba Saudita, Qatar e via elencando Stati-canaglia operanti nella sfera di influenza della NATO e, più in generale, dell’imperialismo USraeliano.
A dispetto dei multiformi “gufi” di regime prezzolati dalla NATO, insomma, la Russia si sta avviando a riprodurre un’esperienza del passato. Ma non quella afgana; quella della Russia bolscevica che arginò l’avanzata del il Nazismo e che avviò una contro-offensiva che condusse alla sua sconfitta definitiva.
Certo: Putin non è Stalin; e, all’orizzonte, non brilla nessun “sol dell’avvenire”.
Ciononostante il Nemico, allora come oggi, è sempre quello. E se, sui suoi carri, sulle sue bombe, sui suoi aerei, la croce uncinata di ieri è stata sostituita dal simbolo del dollaro yankee, è solo perché è cambiato il grafico…

Luca Ariano