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Colloquio con Diego Fusaro (2)

Prima parte: http://www.ilbuio.org/?p=15286

Parliamo di staterelli, quindi cogliamo la palla al balzo per toccare le questioni di politica interna. Abbiamo visto quello che pensi riguardo l’imperialismo. Cosa pensi, come noi sosteniamo da sempre, che la sinistra in questo momento storico sia la rappresentante più fedele degli interessi dell’imperialismo statunitense in Italia?

Io credo che la sinistra, o meglio, il vecchio marxismo si sia, in qualche modo, rideclinato.
Siamo passati, nei fatti, dall’universalismo proletario anticlassista al nuovo universalismo classista e post proletario della mondializzazione capitalistica in cui il discorso del capitalista, il discorso della destra del denaro (io la chiamo così) coincide, di fatto, col discorso della sinistra del costume.
Paradossalmente il discorso dell’apolide broker finanziario e quello di un lettore di Toni Negri coincidono, nel senso che condividono la de-territorializzazione apolide della globalizzazione, l’odio conclamato verso gli stati sovrani nazionali democratici e l’abbattimento di ogni confine che poi è esattamente il discorso del capitale. E’ proprio il capitale che oggi fa questo discorso con l’obiettivo, conclamato, di imporre la lotta di classe senza confini.
In pratica pone i lavoratori italiani in competizione, al ribasso, con milioni di lavoratori cinesi sottopagati e senza diritti. Il risultato di tutto ciò e che noi siamo destinati a perdere quei pochi diritti che ancora abbiamo.
Il neoliberismo, oggi, è un’ aquila a doppia apertura alare. La destra del denaro pone le strutture, la sinistra del costume concorre a porre la sovrastruttura.

Quindi, secondo te, quella che chiami la destra del denaro punta ad abbattere le frontiere in modo da avere la globalizzazione, cioè la possibilità di produrre ad un prezzo più basso e di cancellare sempre più i diritti dei lavoratori e la cosiddetta sinistra ne fa l’elogio?

Tutte le battaglie della sinistra odierna sono le battaglie del capitale, è questo il paradosso inquietante. Secondo me questa dinamica non si spiega con il puro vendersi della sinistra (c’è anche questo aspetto, per carità), si tratta di un processo molto più profondo: oggi borghesia e capitalismo non coincidono più.  Oggi siamo entrati in una fase capitalistica e non più borghese. Tutte le vecchie forme borghesi etiche, religiose, statali, il welfare si sono dissolte.
La sinistra, secondo me, dal 1968 ad oggi ha lottato contro la borghesia e non contro il capitale. Non ha lottato, cioè, contro il nesso classista capitalistico. Le lotte della sinistra, dal 1968 ad oggi,  sono le lotte stesse del capitale utili per liberarsi dai vincoli della cultura borghese e dai vincoli della cultura proletaria, e questo è un paradosso.
Il capitalismo, in pratica, è culturalmente di sinistra, essa ne è la cultura giustificatrice.
Per chiarire, per cultura di sinistra, non intendo Marx e Gramsci, ma i mutanti che rappresentano la sinistra oggi. Io mi ritengo in linea con Marx e Gramsci e non posso che restare esterrefatto di fronte a questa sinistra le cui lotte coincidono con quelle del capitale.

Secondo noi dopo il 1989 la sinistra italiana, cioè tutte le forme mutate dal PCI ad oggi, ha raccolto l’eredità della Democrazia Cristiana, sostituendone nei fatti il ruolo. Del resto, dopo tangentopoli, quella era l’unica struttura politica credibile rimasta ancora in piedi. Anche se la storia del potere fa coincidere questa svolta a quell’evento giudiziario del 1992, in realtà quegli sviluppi già erano in movimento da molti anni prima.

Condivido questa analisi, del resto lo stesso Gianni Agnelli sottolineò questa cosa quando affermò che per fare le riforme di destra bisogna rivolgersi alla sinistra. Del resto, se le riforme fatte dalla sinistra odierna le avesse fatte la destra berlusconiana ci sarebbero state le piazze rivitalizzate. Se l’articolo 18 lo cancella Renzi la massa lobotomizzata pensa sia giusto toglierlo perché, in fondo, è giusto cancellare i privilegi. Vale lo stesso per la questione della reversibilità delle pensioni, la posta in gioco è economica, non importa a nessuno dei diritti civili: non potendo estendere a tutti questo diritto esso diventerà un privilegio, si lotterà per cancellarlo e lo toglieranno a tutti.
Per questo, secondo me, è un massacro di classe gestito univocamente dai dominanti contro i dominati che hanno, ormai, metabolizzato le mappe stesse dei dominanti.
Il grande merito del marxismo era quello di avere una grammatica oppositiva, Gramsci lo dice bene, dl resto, nei quaderni: “una teoria è rivoluzionaria quando traccia una linea insuperabile tra due forze in campo”, questa linea scompare se i dominati si orientano con la teoria stessa dei dominanti.

Qual è, dunque, la classe dominante oggi? Tu consideri non più reversibile la globalizzazione?

Oggi la borghesia non c’è più perché, intanto, non esiste più il mondo valoriale borghese, sono dissolti i grandi valori della cultura borghese. L’élite dominante non ha nulla della cultura borghese, anzi, paradossalmente l’élite dominante è antiborghese proprio come la sinistra. La classe borghese, poi, è annientata anche come composizione di classe. Io sostengo che il capitalismo dopo l’89 è riuscito a distruggere il proletariato come classe in sé e per sé, trasformandolo in precariato, cioè atomi che non hanno più alcun vincolo solidale e coscienza di classe, vittime dell’ideologia di altri (sono imprenditori di se stessi), competitivi e antagonisti tra loro. E’ stata, però, distrutta anche la borghesia perché non c’è più una classe media, come si diceva una volta: oggi c’è un’unica massa precarizzata fatta dal vecchio proletariato che è diventato precariato e dalla vecchia borghesia diventata anch’essa precariato di fatto. E’ stata dissolta tramite i contratti a termine, la rimozione del welfare e anche tramite le rapine finanziarie perpetrate dalla finanza internazionale.
I dominati sono la massa lobotomizzata e i dominanti sono la classe apolide delle élite: un nuovo polo dominante che è fatto da una percentuale che corrisponde all’1%.
Sono quelli che si riuniscono nei gruppi tipo Bilderberg, che fanno riunioni economiche, “non politiche”, ma che servono in realtà per decidere quali linee politiche dettare. Sono quelli che influenzano il presidente statunistense. E’ l’élite che essenzialmente corrisponde all’1% che governa il mondo, che non ha alcun valore che non sia quello economico, che ha come proprio sfondo di riferimento il globalismo e la distruzione di tutto ciò che ostacola la ridefinizione del mondo come piano liscio del mercato in cui ci sempre le stesse cose, cioè merci e scorrimento della finanza. Come sua ideologia di riferimento ha la competitività, cioè la possibilità di competere senza l’arbitro, ilruolo che dovrebbe essere dello Stato, pur con tutti i suoi limiti. Io non condivido la tesi di Marx secondo cui lo Stato è sempre necessariamente un finto arbitro che in realtà gioca dalla parte dei dominanti, perché questa analisi nel ‘900 si è dimostrata falsa: non si spiegherebbero le esperienze dello stato sociale, non si spiegherebbe anche l’URSS, che era una forma di stato che dava dei diritti sociali. Lo Stato, e in questo sono hegeliano, può fare politiche di destra, quindi a sostegno dei dominanti, e politiche di sinistra a sostegno dei dominati. Il problema non è tanto quello di abbattere lo Stato, ma è quello di prenderlo Per questo, finché c’è lo stato sovrano nazionale, ha senso fare la dicotomia destra-sinistra. Bisogna prendere lo stato per fare una politica di sinistra
I globalisti hanno annientato questa possibilità, sostituendola con la competitività senza arbitro: non c’è più lo stato mediatore tra le parti.
Il capitalismo, secondo me, oggi ha pienamente realizzato le sue premesse e le sue promesse: tutto è diventato merce a livello globale: la globalizzazione, il mercato unico planetario. Tutto diventa merce anche a livello simbolico Oggi è impensabile che uno possa opporsi: vieni subito silenziato
Quindi io credo che il capitale abbia esaurito le sue possibilità, nel senso che non vedo altre figure possibili di sviluppo, se non il portare a compimento quanto detto sopra. Siamo allo stadio di compimento del capitalismo Con questo non voglio dire che domani finirà il capitalismo, dico solo che ha esaurito le sue possibilità, dopo di che così può durare ancora per molto tempo
E non credo che la globalizzazione sia irreversibile: io sono convinto che la parola irreversibile valga solo nell’ambito della natura e delle scienze esatte, quindi dopo la globalizzazione puoi tornare a quello che c’era prima

Seguendo il tuo ragionamento, chi dunque dovrebbe prendere lo Stato? Qual è il soggetto politico?

Oggi lo Stato non può essere preso, perché se lo è preso, in Italia nel caso specifico, l’Unione Europea , cioè lo hanno già smantellato. La prospettiva oggi realmente incompatibile con il capitalismo è sempre connessa con la deglobalizzazione, con un riorientamanto geopolitico alternativo al monopolarismo imperialistico del dollaro e con il ristabilimento della sovranità nazionale democratica di tipo economico politico e militare.

Questa cosa, in tal caso, dovrebbero cercare di organizzarla le élite politiche, come diceva Lenin?

Io preferirei una prospettiva che gramscianamente provi a estendere il consenso su questi temi, so che è molto difficile (queste cose, infatti, ci permettono di dirle perché siamo irrilevanti) Bisogna rivalorizzare lo Stato sovrano. Non come fine in se stesso, ma come momento della conflittualità di classe

Prendendo in prestito un vecchio adagio latinoamericano, quindi, non nazionalismo, ma patriottismo?

Infatti io non sono un nazionalista: faccio mia la definizione che Gramsci fa tra il nazionale, che è buono, e il nazionalismo che è la patologia L’idea di patria non è negativa in sé: ciascuno di noi è radicato in una sua terra, nasce con una lingua madre, è radicato in una sua storia L’unico modo vero di essere cosmopoliti, e non globalisti, è quello di voler bene all’umanità volendo bene a quella parte dell’umanità con la quale vivi. Il patriottismo può essere buono, se non è inteso nelle forme belliche, ma come rapporto fra culture e popoli in dialogo tra loro. Se tu sradichi gli uomini dalla loro cultura rimangono dei puri atomi senza alcuna identità nè spessore.