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Elezioni presidenziali: la ribellione delle masse

Elezioni presidenziali statunitensi 2016: la ribellione delle masse
di James Petras

Le elezioni presidenziali del 2016 hanno caratteristiche inedite che sfidano il senso comune sulla prassi della politica negli Stati Uniti nel 21° secolo.

E’ chiaro che gli apparati politici, ossia le élite dei partiti e i loro sostenitori nella grande industria, hanno (in parte) perso il controllo sul processo delle nomine e ora si trovano con candidati “indesiderati” le cui campagne si basano su programmi e dichiarazioni che stanno polarizzando l’elettorato.

Ma ci sono altri fattori più specifici che sfidano la storia recente degli Stati Uniti e hanno infuso nuova energia nell’elettorato. Questi fattori presagiscono e riflettono un riallineamento nella vita politica degli Stati Uniti.

In questo saggio, descriveremo questi cambiamenti e le conseguenze più ampie che serbano per il futuro dell’attività politica statunitense. Esamineremo quale effetto questi fattori avranno su ciascuno dei due maggiori partiti.

Le politiche del Partito Democratico: il contesto del riallineamento

L’ascesa e il declino del Presidente Obama hanno notevolmente intaccato il fascino della “politica dell’identità”, vale a dire l’idea che le identità basate su etnia, razza o genere possano intaccare il potere del capitale finanziario (Wall Street), il militarismo, il sionismo e l’amministrazione di uno stato di polizia. L’ovvia disillusione dell’elettorato verso la politica identitaria ha aperto la porta alla politica di classe, sebbene di un certo tipo.

Il candidato Bernie Sanders fa appello direttamente agli interessi di classe degli operai e dei lavoratori salariati. Ma la questione di classe sorge nel contesto di una polarizzazione elettorale e, come tale, non riflette un vera e propria polarizzazione di classe, né una nascente lotta di classe nelle strade, nelle fabbriche e negli uffici.

Infatti, la polarizzazione di classe elettorale riflette le recenti grandi sconfitte sindacali in Michigan, Wisconsin e Ohio. I sindacati confederali (AFL-CIO) sono quasi scomparsi come fattore sociale e politico e rappresentano solo il 7% dei lavoratori nel settore privato. Gli elettori della classe operaia sono ben consapevoli del fatto che i principali leader sindacali, che in media ricevono 500.000 $ in stipendi e benefici all’anno, sono parte integrante dell’élite del Partito Democratico. Quei singoli lavoratori o sindacati locali che si spendono nella campagna di Sanders, lo fanno come membri di un movimento elettorale multi-classe e amorfo e non come un blocco unificato di lavoratori.

Il movimento a sostegno di Sanders non si è sviluppato nell’ambito di movimenti sociali nazionali pre-esistenti: il movimento per la pace è pressoché moribondo; i movimenti che lottano per i diritti civili sono deboli, frammentati e localizzati; il movimento Black Lives Matter che ha protestato contro l’impunità dei poliziotti e dei civili bianchi che uccidono afro-americani ha esaurito il momento di maggiore successo ed è in declino, mentre Occupy Wall Street è un lontano ricordo.

Ciò significa che questi movimenti al massimo forniscono attivisti e danno un impulso alla campagna elettorale di Sanders. La loro presenza fa risaltare alcune delle questioni che Sanders solleva nella sua campagna. Ma il movimento per eleggere Sanders non deriva da un movimento di massa in corso nel passato più o meno recente, ma invece riempie il vuoto politico risultante dalla fine di questi movimenti. L’insorgenza elettorale deriva dalle sconfitte dei funzionari sindacali alleati con i politici del Partito Democratico, nonché dai limiti delle strategie di azione diretta adoperate da Black Lives Matter e Occupy Wall Street.

Dal momento che il movimento per eleggere Sanders non sfida direttamente e immediatamente i profitti capitalistici e gli stanziamenti del bilancio pubblico, non è stato soggetto a repressione di stato. Le autorità repressive calcolano che questo trambusto di attivismo elettorale durerà solo pochi mesi per poi essere sopraffatto dal Partito Democratico o dall’apatia degli elettori. Inoltre, le autorità sono ostacolate dal fatto che decine di milioni di sostenitori di Sanders sono attivi in tutti gli stati e non concentrati in una sola regione.

Il movimento per eleggere Sanders aggrega centinaia di migliaia di micro lotte locali e rende possibile esprimere la disaffezione di milioni di persone con rimostranze di classe, senza alcun rischio o costo (come la perdita del posto di lavoro o la risposta repressiva di polizia) per i suoi partecipanti. Questo è in netto contrasto con la repressione sui luoghi di lavoro o nelle strade urbane.

La polarizzazione elettorale riflette polarizzazioni sociali orizzontali (di classe) e verticali (intra-capitalista).

La polarizzazione politica favorisce il movimento pro-Sanders per meno del 10% dell’élite del paese e agisce soprattutto tra i giovani della classe media. I leader sindacali, i membri del Black Congressional Caucus (i senatori e deputati afro-americani nel Congresso statunitense ) e i latini con posizioni di potere sono tutti sostenitori della consacrata scelta della classe politica del Partito Democratico: Hillary Clinton. Invece i giovani di etnia latina, le donne e la base del movimento sindacale sostengono il movimento insorgente. Settori significativi della popolazione afro-americana che non hanno visto migliorare la qualità della vita (anzi è regredita) durante il mandato del Presidente del Partito Democratico Obama o che hanno constatato un aumento della repressione sotto il “Primo Presidente Nero”, si rivolgono verso Sanders. Milioni di latini, delusi dai loro leader legati all’élite del Partito Democratico, quelli che non hanno fatto nulla per impedire le deportazioni di massa sotto Obama, sono una potenziale base di supporto per “Bernie”.

Tuttavia, il più dinamico settore sociale nel movimento per eleggere Sanders sono gli studenti, che hanno accolto con entusiasmo la sua proposta di studi universitari gratuiti e la fine del rovinoso indebitamento post-laurea.

Il malessere di questi settori trova espressione nella “rispettabile riscossa della classe media”: una ribellione di elettori che ha temporaneamente spostato a sinistra l’asse del dibattito politico all’interno del Partito Democratico.

Il movimento per eleggere Sanders solleva questioni fondamentali sulla disuguaglianza tra le classi e l’ingiustizia razziale nel sistema legale, politico ed economico. Mette in evidenza il carattere oligarchico del sistema politico, sebbene il movimento capeggiato da Sanders tenti di utilizzare le regole del sistema contro i suoi padroni. Questi tentativi non hanno avuto molto successo all’interno dell’apparato del Partito Democratico, dove i leader politici hanno già assegnato i voti di centinaia di delegati “non-eletti” i cosiddetti “grandi elettori” a Clinton, nonostante i successi di Sanders all’inizio delle primarie.

La forza stessa del movimento elettorale rappresenta una debolezza strategica: è tipico di movimenti elettorali unirsi per le elezioni per poi sciogliersi subito dopo il voto. La leadership del movimento per eleggere Sanders non ha fatto alcun tentativo di costruire un movimento sociale di massa a livello nazionale che possa continuare le lotte di classe e le lotte sociali durante e dopo le elezioni. In realtà, l’impegno di Sanders di sostenere la leadership del Partito Democratico se dovesse perdere contro Clinton la corsa per la nomination, porterà a una profonda disillusione tra i suoi sostenitori e allo sfacelo del movimento. Lo scenario post-convention, in particolare nel caso in cui i grandi elettori coronassero Clinton nonostante le vittorie popolari di Sanders nelle singole elezioni primarie, scombussolerebbe il Partito.

Trump e la riscossa di destra

La campagna elettorale di Trump ha molte caratteristiche di un movimento latinoamericano nazionalista-populista. Come il movimento argentino peronista, unisce misure economiche protezionistiche e nazionaliste che con un appello sciovinistico alla “grande nazione”, sta raccogliendo consensi tra i proprietari di imprese manifatturiere di piccole e medie dimensioni e gli operai disoccupati.

Ciò si riflette negli attacchi di Trump contro “la globalizzazione”, un surrogato dell’”antimperialismo” peronista.

L’attacco di Trump contro la minoranza musulmana negli Stati Uniti è un abbraccio appena velato al fascismo clericale. Dove Peron tuonava contro le “oligarchie finanziarie” e l’invasione delle “ideologie straniere”, Trump ridicolizza le “élite” e denuncia la “invasione” di immigrati messicani.

Il successo di Trump è radicato nella rabbia amorfa ma profonda della classe media in mobilità verso il basso: persone prive di ideologia, ma piene di risentimento per la perdita di posizione sociale, mancanza di stabilità e la piaga della droga che affligge le loro famiglie (come dimostra le preoccupazioni espresse dagli elettori bianchi nelle recenti primarie nel New Hampshire).

Trump proietta potere personale su lavoratori stufi di sindacati impotenti, gruppi civici disorganizzati e gruppi di imprese locali emarginate, tutti incapaci di contrastare il saccheggio, lo strapotere e la corruzione su vasta scala dei truffatori finanziari che si avvicendano tra Washington e Wall Street, nella totale impunità.

Queste classi “populiste” si eccitano quando vedono Trump insultare e schiaffeggiare sia i politici di carriera che le élite economiche, sebbene lui stesso si vanti del suo successo nel sistema capitalista. Apprezzano la sua sfida simbolica alla classe politica nonostante egli stesso ostenti le proprie credenziali di appartenenza a quell’élite capitalista.

Per molti dei suoi sostenitori nelle zone residenziali intorno alle grande città, Trump è il “Grande Moralizzatore” che ogni tanto con il suo eccesso di zelo fa delle gaffe “scusabili” a causa della sua esuberanza, un rude “Oliver Cromwell” del 21° secolo.

E’ probabile infatti che ci sia un meno evidente richiamo etno-religioso nella campagna di Trump: la sua identità da bianco, anglo-sassone e protestante (WASP) attira gli stessi elettori che devono fronteggiare la loro apparente marginalità. Questi “trumpisti” sanno benissimo che non c’è nemmeno un giudice WASP nella Corte Suprema e che (con cognomi come Lew, Fischer, Yellen, Greenspan, Bernacke, Cohen, Pritzker, etc.) ci siano pochi WASP nelle alte sfere dei ministeri del Tesoro e Commercio e alla Banca Federale. Anche se Trump non la sfoggia, la sua identità facilita il suo appello agli elettori.

Tra gli elettori WASP, silenziosamente risentiti dei salvataggi dati a “Wall Street” e di quella che loro percepiscono come una posizione privilegiata dei cattolici, ebrei e afroamericani nell’amministrazione di Obama, il fatto che Trump abbia condannato senza mezzi termini il Presidente Bush per aver deliberatamente ingannato gli statunitensi per indurli a invadere l’Iraq (un’implicita accusa di alto tradimento), è stato un grande vantaggio.

Il richiamo nazional-populista di Trump è accompagnato dal suo militarismo bellicoso e autoritarismo fascio-teppistico. Il suo abbraccio pubblico all’uso della tortura e sui controlli stile stato di polizia (per “combattere il terrorismo”) fa appello alla destra militarista. D’altra parte, le sue avances al Presidente russo Putin (“un osso duro disposto ad affrontarne un altro”) e il suo sostegno per terminare l’embargo contro Cuba gli portano i voti delle élite che vogliono riaprire gli scambi commerciali. La proposta di ritirare le truppe statunitensi dall’Europa e dall’Asia attrae gli elettori di “fortezza America” che vedono gli Stati Uniti circondati e minacciati da potenze stranieri, mentre le arringhe a favore del bombardamento a tappeto di ISIS trovano supporto tra gli estremisti nuclearisti. È interessante notare che appoggiando il sistema pensionistico Social Security e l’assistenza sanitaria per anziani Medicare, rivendicando una copertura sanitaria per i bisognosi e riconoscendo pubblicamente il servizio vitale offerto dall’organizzazione Planned Parenthood alle donne povere, Trump trova consensi tra elettori anziani, conservatori compassionevoli e indipendenti.

Un’amalgama sinistra-destra di Trump

Le sue dichiarazioni protezionistiche e pro-business, le sue condanne di Wall Street e il suo appoggio al capitalismo industriale, la sua difesa dei lavoratori statunitensi e i suoi attacchi ai lavoratori ispanici e agli immigrati musulmani hanno rotto i confini tradizionali tra le politiche popolari e quelle di destra all’interno del Partito Repubblicano.

Il “trumpismo” non è un’ideologia coerente, ma invece una miscela volatile di “posizioni improvvisate”, adattate per fare appello ai lavoratori emarginati, a individui rancorosi delle classi medie (WASP emarginati) e, soprattutto, a chi non si sente rappresentato dai Repubblicani alleati con Wall Street e ai politici Democratici liberali (neri, ispanici, donne e ebrei) che si basano sulla politica dell’identità.

Il movimento capeggiato da Trump si basa su un culto della personalità: ha una capacità enorme di coinvolgere le masse senza organizzare le massa e senza avere una ideologia sociale coerente. La spontaneità, la novità e il prendere di mira le élite strategiche sono i suoi punti forti.

La sua debolezza strategica è la mancanza di un’organizzazione che potrà ancora raccogliere consensi dopo le elezioni. Ci sono pochi quadri “trumpisti” e attivisti tra i suoi fan adoranti. Se Trump perde (o gli viene sottratto la nomina da un candidato di “unità” tirato fuori dall’élite del Partito) la sua organizzazione si dissiperà e si frammenterà. Se Trump vince la nomination del Partito Repubblicano, verrà appoggiato da Wall Street, sopratutto se Bernie Sanders sarà il candidato del Partito Democratico. Se vince le elezioni e diventa presidente, cercherà di rafforzare il potere esecutivo e muoversi verso una presidenza “bonapartista”.

Conclusioni

L’ascesa di un movimento socialdemocratico all’interno del Partito Democratico e l’insorgere di un movimento sui generis nazional-populista nel Partito Repubblicano riflettono un elettorato frammentato e le profonde fratture verticali e orizzontali che caratterizzano la struttura etno-classista degli Stati Uniti. I commentatori politici semplificano grossolanamente questi sviluppi quando riducono le rivolte elettorali a un’espressione incoerente di “ira”.

La frantumazione del controllo dell’élite storica è stata prodotta da profondi e sentiti rancori etnici e di classe e dalla perdita di mobilità di gruppi una volta privilegiati, dal fallimento di piccoli imprenditori causati dalla globalizzazione (l’imperialismo) e dal risentimento dei cittadini verso il potere del capitale finanziario (le banche) e il controllo schiacciante che esercitano sul governo.

Anche se le rivolte elettorali a sinistra e a destra si dissolveranno, avranno piantato i semi di una trasformazione democratica oppure di un revival nazionalista-reazionario.

25 febbraio 2016

da resistenze.org http://www.resistenze.org/sito/te/po/us/pousgc03-017598.htm
fonte: globalresearch.ca
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare