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Un boia per amico

“Giulio torturato e ucciso. Le bugie dell’alleato Al Sisi”.
(Il Fatto quotidiano del 5 febbraio)

Quello che avete appena letto è uno dei titoli dei quotidiani in edicola il 5 febbraio scorso.
Giulio, è Giulio Regeni, il collaboratore del Manifesto ritrovato assassinato in Egitto dopo che i suoi sequestratori si erano esercitati, com’è costume e pratica abituale dei fascisti di ogni latitudine, in torture ed efferatezze di tutti i generi.
L’Egitto, per i pochi che ancòra non lo sapessero, è oggi un regime militare ed uno stato di polizia nato in virtù di un colpo di stato che, il 2 luglio 2013, ha rovesciato il governo legittimo (perché democraticamente eletto, piaccia o non piaccia all’imperialismo Usraeliano ed ai suoi lacché, per i quali i risultati delle elezioni, dovunque esse si tengano, “vanno bene” solo e soltanto quando esse premiano i candidati graditi) e portato al potere l’ex-generale Abdel Fattah Al Sisi.
Poco più di un mese dopo la presa del potere, il 14 agosto 2013, Al Sisi ed i suoi scagnozzi  – un branco di pezzenti vigliacchi segnalatisi, solo qualche decennio fa, piuttosto che per inesistenti virtù guerriere, per essersi sbarazzati di armi e divise di fronte all’avanzata dell’esercito sionista – si resero responsabili del massacro di piazza Rabi’a, “il più grave massacro di dimostranti nella storia dei crimini contro l’Umanità”, secondo Human Right Watch, l’organizzazione che si occupa di difesa dei diritti umani. In quella circostanza, il numero dei morti variò da 638 ad oltre 1150, a seconda delle stime e, soprattutto, della benevolenza delle fonti.
Da allora, Al Sisi, il boia golpista emulo di Pinochet e dei generali argentini, non solo ha fatto arrestare oltre 41 mila egiziani, fra Fratelli Musulmani e militanti laici di sinistra, ma si è reso responsabile di almeno 465 casi di tortura, 129 dei quali conclusisi con la morte del torturato. Non solo: lo stupro delle donne “arrestate”, o delle mogli e delle figli degli arrestati, è diventata una pratica corrente, impiegata allo scopo di intimidire gli oppositori o di estorcere confessioni.
“Le organizzazioni umanitarie testimoniano di migliaia di desaparecidos, torture, arresti arbitrari, stupri legalizzati, detenuti uccisi da parte delle varie forze di sicurezza egiziane, che hanno mano libera sia dal governo sia dagli alleati occidentali con la scusa della lotta al terrorismo”. (Il Fatto quotidiano del 7 febbraio, pag.1).
Come se non bastasse, Reporter Sans Frantières ha di recente collocato il regime di Al Sisi al secondo posto nel mondo per numero di giornalisti incarcerati.
Eppure, nonostante questo curriculum da criminale assoluto, Al Sisi è stato definito, dall’Ebetino di Firenze, il “compagno” (di merende) alla guida del governo italiota, “un grande statista” a cui va riconosciuto “il merito di aver ricostruito il Mediterraneo”! Perché, a sentire l’esecutore testamentario del non-rimpianto PCI, “in questo momento l’Egitto può essere salvato solo dalla leadership di Al Sisi”, della “cui amicizia” “sono orgoglioso” (intervista rilasciata alla Tv Al-Jazira).
Un’indecenza, una scandalosa ignobile indecenza.
L’ennesima, peraltro, di una “Sinistra” catto-comunista ed ex-picista che oramai ostenta con l’arroganza e l’impudenza tipica dei pentiti e degli infami il proprio sostegno ai dittatori “alla Pinochet”
Anche quando le loro zampe si sono sporcate del sangue di cittadini italiani.

Luca Ariano