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Miserie di noti miserabili

“A chi non si arrende mai, a chi viene deriso e giudicato./Ai poeti del quotidiano…/Agli sconfitti che sono pronti a risorgere e/a combattere di nuovo”.
Cervantes

Oggi vi proponiamo di prendere un atlante di storia politica, e di sfogliarlo alla ricerca della città di Torino.
Non farete fatica, a trovarla. Perché Torino, per il movimento operaio e per quello rivoluzionario, (che, notoriamente, con il primo non coincide affatto)  è ciò che gli USA, il capitale finanziario e le multinazionali rappresentano per il renzismo-malattia senile del cattocomunismo: un punto di riferimento assolutamente irrinunciabile e fondamentale.
Torino è infatti “la città della classe operaia” per antonomasia, essendo stata, e seguitando nonostante tutto ad essere, “la città della FIAT”. E non a caso diciamo della FIAT.
Torino è la culla dei Consigli operai oggetto, agli inizi del secolo scorso, di una delle dispute teorico-politiche fra Gramsci e Bordiga, fra due concezioni diverse della Rivoluzione in un Paese a capitalismo maturo; è il palcoscenico su cui si svolge la storica lotta dei 37 giorni (dal 10 settembre 1980 al 16 ottobre successivo) provocata dai 61 licenziamenti concordati, come confermerà ad anni di distanza lo stesso Giuliano Ferrara, all’epoca dirigente del PCI torinese, fra la direzione FIAT e la direzione del PCI, in particolare fra la cricca-Agnelli e l’ufficio del nient’affatto rimpianto Pecchioli; è la sede del processo al nucleo storico delle BR, anche in questo caso reso possibile dall’attività collaborazionista ed infame del gruppo dirigente picista; e, zigzagando qua e là negli anni, il luogo di svolgimento, nel 1962, dei “fatti di piazza Statuto”, che segnarono una tappa decisiva nella storia del movimento operaio del nostro sfortunato Paese, colpevole solo di essere nato in séguito ad uno stupro yankee.
L’elenco delle ragioni per cui Torino ha avuto ed ha un’importanza fondamentale per chi non ha portato la propria coscienza alla fonte battesimale del catto-comunismo più infame e degenerato potrebbe continuare a lungo.
Se decidiamo di interromperlo qui, è solo perché non occorre proseguire oltre per giungere all’inevitabile conclusione che, di Torino, di ciò che la città ha rappresentato negli anni in cui era ancora possibile credere che la classe operaia potesse essere portatrice di un interesse generale e fosse in grado, per qualità proprie, di guidare la lotta per l’abbattimento del capitalismo, il più indicato a parlare è innanzitutto chi, delle esperienze che hanno segnato e contraddistinto in passato la città, è stato sia testimone diretto che  indiretto protagonista ( in quanto rivoluzionario, dunque aderente ad una precisa tendenza storica).
Alludiamo a Sante Notarnicola, un compagno che i lettori de IL BUIO conoscono bene. La qual cosa ci solleva dall’impegno delle note biografiche di prammatica. Che peraltro nulla aggiungerebbero alla sua figura, per dirla con i compagni spagnoli, di vero hombre vertical.
Che cosa c’entra Sante con i discorsi con cui abbiamo introdotto questo contributo? C’entra, c’entra. C’entra anche perché Notarnicola è stato involontario protagonista dell’ultimo, ahimé solo in ordine di tempo, episodio di servilismo collaborazionista e di miseria politico-morale di un pugno di piddini torinesi.
I quali, nei giorni scorsi, si sono opposti al fatto che Sante prendesse parte ad un convegno storico sulla Torino operaia degli anni Sessanta in programma alla Cavallerizza.
“Gli interpreti della disgustosa pantomima sono diversi: dalla Sala Rossa (…), su sollecitazione dei Pdem Passoni e Paolino, parte la richiesta al prefetto di ‘valutare l’opportunità di fermare il convegno’; la perla in prosa è del Paolino: ‘Notarnicola è libero di dire ciò che vuole ma è sbagliata la passerella… il contesto’, come dire ‘Parla pure ma non qui’. Complimenti anche a Passoni: ‘Non per chiedere lo sgombero’, ma confidando in un intervento dei tutori dell’ordine pubblico’ (La Stampa): come si può notare, due concetti drasticamente contrastanti”.
Fin qui la prosa – e la cronaca – di valsusanotizie.it, il portale web, che ha dato notizia dell’ennesima impresa, a metà fra la farsa, la tragedia e la commedia dell’arte (naturalmente quella di servire), del pugno di imbecilli di turno.
Un’”impresa” che non ci stupisce più di tanto; e neppure più di tanto ci indigna, anche se l’assuefazione all’imbecillità della “nuova generazione” di allievi, di imitatori e di portaborse dell’Ebetino di Firenze oggi alla guida delle frattaglie e delle interiora maleodoranti del PCI, è, in fondo, un cattivo segno. Perché legittima indirettamente le canaglie e perché dà per scontato che la loro vittoria sia irrimediabile.
Comunque, ha fatto bene Sante, per quel poco che conta il nostro parere, a commentare in proposito: “…non mi hanno fermato anni di carceri speciali, botte e torture delle guardie, figuriamoci se mi faccio fermare da costoro…”.
In realtà, avrebbe osservato Lenin, l’odio (travestito da semplice ostilità) delle canaglie piddine di turno  sempre e comunque un odio onorifico. Perché è rivolto, per processi inconsci che forse neppure Freud avrebbe avuto “lo stomaco” di ricostruire, verso i pochi che non hanno svenduto la loro coerenza e la loro dignità al monte dei pegni del conformismo e del pentitismo; che non sono stati “fulminati sulla via di Damasco” da una divinità che possono venerare solo omuncoli ignoranti e corrotti; che anche se hanno smesso di credere che la vittoria della classe operaia rappresenta il “futuro dell’Umanità”, non per questo si sono convinti che esso appartenga, per assenza di contendenti, alla Borghesia.
Ed ai suoi servi, soprattutto ai suoi servi più stupidi…

Red3