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Il giallo rosso

E’ opinione diffusa, addirittura prevalente solo fino a poco tempo fa, che il “giallo” (d’ora in poi semplicemente giallo, senza cioè virgolette) sia un genere minore, un genere letterario di serie B.
In quanto e perché tale gradito ad un pubblico poco o per nulla acculturato: per gli operai o per gli impiegati, in prticolare per la piccola-borghesia scarsamente alfabetizzata in generale che vede nel libro un semplice oggetto da consumare senza eccessivi sforzi e con poca fatica tanto fisica quanto intellettuale. Un oggetto da consumare, si badi bene, non uno strumento da utilizzare.
Tutto ciò, nonostante l’ammissione che “il giallo è stato inventato, nel 1841, da Edgar Allan Poe con ‘I delitti della rue Morgue’, anche se c’è chi cerca di retrodatare l’evento tirando in ballo lo ‘Zadig’ di Voltaire o addirittura l’’Amleto’ di Shakespeare, per tacere dell’’Edipo re’ (…). O addirittura la ‘Bibbia’ (dove di delitti non si sente certo la mancanza)” (C. Oliva, Storia sociale del giallo, p. 9).
Poe, Voltaire, Sofocle, addirittura l’Autore degli Autori, e non solo di quelli letterari, a sentire i suoi interessati adulatori, che peraltro, considerato il loro tasso medio di analfabetismo, punto o poco si intendono di lettere, a parte quelle sgrammaticate imposte dalle necessità della vita quotidiana…
Se non bastassero i nomi fin qui citati, si potrebbero peraltro aggiungere quelli, e ci scusiamo fin d’ora per le omissioni, di Léo Malet, un intellettuale del giro dei surrealisti francesi passato dalla narrativa “colta” a quella “popolare”; dell’inimitabile e dissacratorio Boris Vian, un altro raffinato scrittore surrealista, che pubblicò sotto lo pseudonimo anglosassone di Vernon Sullivan; del grande e sottovalutato Osvaldo Soriano, autore di quell’autentico capolavoro che è il romanzo Triste, solitario y final; del poeta e scrittore britannico di origini irlandesi Cecil Day Lewis, che ha raggiunto la popolarità scrivendo romanzi polizieschi con lo pseudonimo di Nicolas Blake e, giusto per porre fine a questo, lo ripetiamo, sommario e tutt’altro che esaustivo elenco di “padri nobili”, del J.L. Borges de Sei problemi per Isidoro Parodi e Un modello per la morte.
In ogni caso, i “nemici del giallo” dovrebbero preoccuparsi di convincerci che un romanzetto della insipida e lacrimosa Susanna Tamaro è più appetitoso e “serio” di un racconto di Jim Thompson o di Dash Hammett.
Un dubbio del genere, a conferma della constatazione che, in fondo, non c’è mai nulla di assolutamente nuovo sotto il sole, lo sollevava già, nel secolo scorso, uno dei padri fondatori della letteratura noir (una variante del genere letterario giallo), e cioè Raymond Chandler. Il quale non riusciva a vedere perché “un romanziere serio di quarto ordine, senza stile né vero talento, deve essere superiore per definizione ad uno scrittore di gialli” (R. Chandler, Parola di Chandler, p.41).
Sgombrato ancora una volta il campo dai pregiudizi e dai luoghi comuni, stabilito cioè che anche il giallo è letteratura, in molti casi letteratura “alta” cadendo piuttosto la distinzione di fondo fra autori, per riprendere la classificazione di Chandler, “con stile e vero talento” ed autori sprovvisti sia dell’uno che dell’altro, sorge però (non tanto all’improvviso come il nome del colpevole in un racconto di Agata Christie ma quasi) un nuovo interrogativo: è, il giallo, compatibile con la militanza politica, in particolare con quella rivoluzionaria?
La (presunta) incompatibilità fra “fare militanza politica rivoluzionaria” e “scrivere gialli”, infrangiamo qui le regole classiche del genere di cui ci occupiamo svelando la conclusione senza neppure aver avviato l’argomentazione che condurrà fatalmente all’esito preannunciato, è, in realtà, un altro pregiudizio, un altro luogo comune.
Anche se un po’ più difficile del precedente da smontare. Difficile, ma nient’affatto impossibile.
E lo faremo citando un caso poco conosciuto dagli stessi addetti ai lavori, prova ne è che lo stesso compianto Carlo Oliva se ne disinteressa completamente nel suo comunque fondamentale ed insostituibile lavoro.
L’autore che citeremo a sostegno della nostra tesi – che cioè non ci sia affatto incompatibilità fra essere militanti politici rivoluzionari ed autori di romanzi gialli – non è un collaboratore del blog che state consultando, ma un uruguayano (un uruguagio, direbbe l’inimitabile Gianni Brera, uno che peraltro si intendeva di gialli quasi quanto Renzi si intende di marxismo, da lui abitualmente confuso, e non a caso, con il berlusconismo): il suo nome é Hiber Conteris.
Narratore, saggista, drammaturgo, critico letterario e docente universitario, Hiber Conteris é nato a Paysandù il 23 settembre 1933. Un intellettuale, dunque. Anzi, “una delle figure più eminenti della letteratura e del pensiero della sinistra uruguayana” (J.R. Fernàndez De Cano, Mcnbiografias.com).
Ma anche – ed é questa la caratteristica che qui più ci interessa – un militante rivoluzionario.
Conteris, infatti, venne arrestato dalla temutissima Polizia di Sicurezza del Paese latino-americano il 2 dicembre del 1976. Dopo essere stato condotto alla Jefetura del Servicio de Inteligencia di Montevideo (DINARP), venne tenuto prigioniero per nove anni, durante i quali soffrì ripetutamente odiose umiliazioni e pesanti torture, scariche elettriche nelle parti più sensibili del suo corpo comprese. In appena tre mesi, perdette più di venti chili di peso, ed i suoi polsi portavano le terribili cicatrici procurategli dalle manette che era costretto ad “indossare”.
L’accusa? Naturalmente quella (in fondo siamo in Uruguay) di far parte del MNL, i (giustamente) famosi Tupamaros. Al Movimento, Conteris era approdato dopo aver militato a lungo nell’ISAL (Iglesia y Sociedad en America Latina), un’organizzazione di riflessione teologica ed ecumenica attiva fra il 1961 ed il 1975 e vicina, molto vicina, alla Teologia della Liberazione, nel senso che quest’ultima nacque proprio all’interno dell’ISAL: “Noi non siamo contro la violenza, se essa é l’unica via di uscita. Ciononostante non la esaltiamo. Noi crediamo che il rivoluzionario non é tale perché imbraccia il fucile, bensì per l’amore che lo spinge alla lotta. Non ci piace la violenza, anche se non escludiamo di usarla”, ebbe occasione di dichiarare un dirigente dell’organizzazione.
Durante la prigionia, “per evitare la pazzia”, come ebbe modo di rivelare il Nostro nel corso di un’intervista   (cfr. Findesiglo.com del 29 dicembre 2014), iniziò a scrivere l’unica sua opera pubblicata in Italia Dieci per cento di vita, un omaggio a Raymond Chandler e a Philip Marlowe.
“Nella biblioteca (del carcere in cui era detenuto, ndr), ci consentivano di prendere in prestito due libri alla settimana (…). E’ così che ebbe inizio (con un suo compagno di militanza politica e di cella, ndr) una sorta di discussione sul carattere speciale del romanzo poliziesco e sulle ragioni per le quali il romanzo poliziesco attira lettori. ‘Se decidessi di scrivere un romanzo poliziesco, puoi esser certo che lo farei’, gli dissi”.
Ed é così che nacque il già ricordato Dieci per cento di vita. Le cui vicende sono proposte e riassunte nella quarta di copertina dell’edizione data alle stampe da I gialli Mondadori nel 1992.
“Siamo nel 1956. Philip Marlowe, il leggendario eroe di Chandler, viene contattato da un amico giornalista in merito al presunto suicidio di un agente letterario di Hollywood. Nella versione ufficiale molte cose non quadrano e su questo incidente si sta cercando di calare una coltre di silenzio. Marlowe é solo incuriosito ma decide comunque di dare un’occhiata in giro. Individua una traccia tra le vivide luci di Los Angeles che riescono tanto ingannevolmente a nascondere una cruda realtà. La traccia é vaga poi si fa sempre più netta grazie soprattutto ad uno straordinario, folgorante incontro con Raymond Chandler, lo scrittore che lo ha creato e fatto vivere”.
Nel 1985, in séguito alla fine della dittatura dei militari al servizio dell’imperialismo USA qui come in tutta l’America Latina (ed in tutto il mondo), Conteris lascia il carcere grazie ad un provvedimento di amnistia e decide di stabilirsi nello stato gringo del Wisconsin, dove ottiene la cattedra di letteratura latino-americana dell’Università di Madison. Seguiranno quella dell’Alfred University di New York e, finalmente, la cattedra dell’Università dell’Arizona.
Fin qui, abbiamo cercato di dimostrare fatti (nel senso di nome e cognome di autori concreti, reali) alla mano, non solo che é possibile essere, ad un tempo, prestigiosi letterati e scrittori di gialli, ma anche che non cé incompatibilità di alcun tipo fra l’essere autori di romanzi polizieschi e militanti rivoluzionari.
In reltà, il compito che ci siamo assunti non si esaurisce certo qui.
Restano ancòra alcun parole da spendere sul perché i rivoluzionari che hanno scritto e che scrivono gialli prediligono il genere hard boiled (il caso di Hiber Conteris ne é l’ennesima conferma) a quello “classico”, tradizione, se preferite “all’inglese” (Agata Christie, Ellery Queen e vasta e variegata compagnia al séguito).
E qui é necessario fare un (piccolo) passo indietro.
E ritornare a Raymond Chandler. Alla polemica, da lui per primo avviata, con gli Autori “classici”; alla sua battaglia (letteraria) a favore del giallo realistico ed in contrapposizione al giallo inteso come “rompicapo intellettualistico”.
Scrivendo di Dash Hammett, il fondatore della cosiddetta “scuola dei duri” già militante del Partito Comunista USA e, perché tale, vittima della persecuzione e dell’ostracismo maccartisti negli anni della “caccia alle streghe” vomitati dalla sedicente “democrazia yankee” nell’ennesimo accesso-rigurgito di anti-comunismo viscerale, afferma che, ad Hammett, va riconosciuto il merito di aver “tolto il delitto dal vaso di cristallo” e di averlo “gettato nei vicoli”, restituendo “alla gente che lo commette” (R. Chandler, La semplice arte del delitto). Il giallo, per Chandler (e, ben più modestamente, per noi che ci siamo fin dall’inizio iscritti nell’interminabile elenco dei suoi ammiratori e lettori) non é, o meglio: non dovrebbe essere, un “rompicapo intellettualistico” ma, per dirla ancòra una volta con il compianto Carlo Oliva, “una descrizione realistica del degrado metropolitano”.
Tutto ciò peraltro non basta. Perché i rivoluzionari non scrivono (e non amano) il cosiddetto “giallo d’azione” perché più realistico del suo concorrente “giallo psicologico”. Se (solo) così fosse, infatti, si tratterebbe soltanto di un’attrazione banale, in un certo senso scontata, tenuto conto che notoriamente, e convenzionalmente, é “di sinistra” chi inclina verso i condizionamenti sociali, verso l’ambiente economico-sociale, in definitiva, se si vuole, verso l’ambiente “fuori di sé” contrapposto a quello “dentro di sé”.
Che questo aspetto conti, abbia cioé un peso, é fuori-discussione. Ma non può essere considerato né l’unico né quello prevalente. Altrimenti, per fare solo un esempio, la stessa Bibbia dovrebbe essere considerato, se non altro per il numero dei crimini che vi sono elencati, il romanzo giallo per eccellenza (un romanzo, peraltro, in cui l’identità dell’assassino, come negli episodi televisivi del tenente Colombo, é noto fin dall’inizio).
A nostro modestissimo giudizio, la spiegazione dimora altrove.
I rivoluzionari che scrivono o che hanno scritto gialli prediligono il genere hard-boilded perché, in quest’ultimo, é centrale l’AZIONE.
“All’inizio c’era l’Azione”, hanno detto Marx ed Engels, i nostri Sherlock Holmes e dottor Watson preferiti.
Ed é l’AZIONE ad essere importante, decisiva, per i rivoluzionari che hanno fatto loro l’impegno “basta parole, prendiamo i fucili”. L’AZIONE, il movimento, i fatti concreti. Perché la realtà é un insieme frastagliato e multiforme di fatti, non di chiacchere; perché la vita é una serie ininterrotta di crimini, di delitti, di sofferenze, di miseria, di dolori, di episodi ingiusti e a prima vista incomprensibili; perché conta ciò che si fa, non ciò che si crede o pensa di essere.
Da qui la conclusione che i gialli dei militanti rivoluzionari possono essere solo gialli d’azione. E che, nella biblioteca personale del militante rivoluzionario, sia egli un amante del genere o anche no, non possono mancare, accanto a quelle dei Padri Fondatori-Ispiratori, i romanzi di Raymond Chandler, di Dash Hammett, di Jim Thompson, di James Cain e via elencando con reverenza ad ogni scandir di nome.
E ancòra.
Nel romanzo d’azione, nel poliziesco, o, se si preferisce nel “noir”, non é affatto secondaria la figura del detective. Che, oltretutto, solitamente non é uno sbirro “istituzionale” (ed anche questo particolare, ci sia consentito di credere, ha la sua importanza, per chi, giustamente, considera la Polizia uno strumento dello Stato borghese al servizio delle classi dominanti, strutturalmente anti-democratico ed anti-popolare).
Leggiamo, anche a questo proposito, l’illuminante parere di Raymond Chandler: “…nell’arte occorre sempre un principio di redenzione… lungo la strada dei malviventi deve passare un uomo che non é un malvivente, che non é bacato, e non ha paura. Nel giallo realistico quest’uomo deve essre l’investigatore. E’ l’eroe, é tutto, Dev’essere un uomo completo, un uomo comune, eppure un uomo che raramente si incontra…(…) Se ce fossero a sufficienza, di tipi come lui, credo che questa terra sarebbe un posto molto più sicuro, ma non tanto uggioso da far passare la voglia di viverci” (R. Chandler, La semplice arte del delitto).
Un uomo che non é “bacato”, che non ha “paura”, che non é un “malvivente”… Se ci pensate bene, é qui tratteggiato nelle sue linee essenziali, distintive, caratteristiche, l’archetipo del Rivoluzionario, in particolar modo del Rivoluzionario Combattente, l’Uomo che lotta contro il Crimine, che é sempre e soltanto una prerogativa del Potere; che, anche quando ha “paura” é capace di controllarla; che é “tutto” perché solo nella Rivoluzione tutto ha senso, la vita stessa per prima.
Sì, é vero: l’eroe chandleriano, l’investigatore dei romanzi polizieschi non é quasi mai un Rivoluzionario. Anzi, talvolta é un Reazionario a tutti gli effetti, basti pensare al protagonista – un concentrato di violenza gratuita, di sessismo e di razzismo – dei romanzi di Mickey Spillane.
Eppure, l’analogia é seducente e dunque, per certi aspetti, legittima: forse un po’ forzata, ma comunque legittima. Anche perché riesce qualcuno ad immaginare Matteo Renzi o il suo omonimo Matteo Salvini nei panni di Philip Marlowe o dell’OP dei racconti di Hammett?
In proposito, comunque, siete liberi di regolarvi come vi pare e piace.
Quello che piace a noi, arrivati a questo punto, lo dovreste aver capìto a sufficienza. Dovreste dunque aver capìto perché ci fermiamo a questo punto e ci affrettiamo a riprendere una lettura che avevamo interrotto proprio alla vigilia della scoperta dell’identità dell’Assassino.
Che non é di sicuro, almeno in questo caso, il Padrone (o il Maggiordomo, che é poi lo stesso, considerato che i Servi condividono fino in fondo le colpe dei loro “datori di lavoro”), a differenza di quello che succede ne Il Capitale di don Carlo Marx…

Luca Ariano – settembre 2015