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Intervista a mio nonno

8 settembre 2015

Quelle che seguono sono le riflessioni di mio nonno, partigiano anarchico che ha vinto contro i fascisti ed i nazisti, ma successivamente è stato sconfitto dai loro gemelli buoni, i democratici di ogni risma e colore, coloro i quali l’hanno combattuto anche più dei primi.

- Ciao nonno, come va? Ti vedo bene.

- Come vuoi che vada? Sono tutto un acciacco, ma non è quello che fa male…
- Volevo parlarti di un’idea. Sono ormai settantanni che è finita la guerra e ho sentito da parte tua solo alcuni episodi capitati qua e là. Che ne dici di un’intervista?
- Ellamadonna! Sei diventato giornalista e non mi hai detto niente? Non ci vediamo spesso, ma questa dovevo saperla. Ti avrei dato un calcio in culo con la poca energia che mi è rimasta!
- Hai capito male. Ti ricordi che collaboro con la redazione di una rivista? Il Buio? Ti avevo anche fatto leggere qualcosina…
- Mi ricordo sì, non sono ancora rimbambito! Mi piace quello che scrivete. Non sono d’accordo su alcune questioni, ma oramai le possiamo derubricare a “vecchie ruggini del passato”.
- Come puoi immaginare voglio sapere le impressioni di un partigiano sconfitto, come ti sei sempre definito. Uno di quelli che “vincendo ha perso” come hai sempre ripetuto a chi te lo chiedeva. Mi interessa sapere che ne pensi, dal tuo particolare punto di vista, della situazione odierna figlia diretta di quegli avvenimenti. Ma prima raccontami brevemente di te. Della tua vita.
- Non che ci sia molto da dire. Sono stato attratto fin da giovanissimo dalla lotta alle ingiustizie. Non ho esitato a rischiare la vita per quello in cui credevo. Ho cercato, nel frattempo, di analizzare meglio la situazione in cui mi trovavo studiando quando potevo, tanto che i compagni mi chiamavano il “professor“. Ma non era un nomignolo che mi dispiaceva. Ero un professore alla nostra maniera: cercavo di dotarmi degli strumenti per guardare oltre la lotta quotidiana, per dare un senso compiuto alle nostre azioni.
Insomma, in definitiva sono una persona normale.
- Normale…
- Non è naturale cercare di cambiare una situazione che non ti piace? Non è normale cercare di migliorare la propria vita e quella degli altri?
- Diciamolo pure.
- Durante la guerra, dicevo, sono diventato partigiano a Milano. Tempi impegnativi contro un nemico più numeroso e spietato. Il periodo più bello della mia vita.
- In che senso? Quando parliamo di guerra, parliamo di fame, di morti.
- Nel senso che ero vivo. Non esistevo per “scuà l mar cun la furchèta” come si dice da noi. Combattevo armi in pugno. Niente ti può dare più felicità. La situazione era tragica, non lo nego. Abbiamo subito perdite, politiche e personali, che non saranno mai colmate. Ma chi, come noi, superava la dimensione della semplice sopravvivenza quotidiana per lottare non se ne è mai pentito. Vivo o morto che sia.
- Poi?
- Verso la fine della guerra mi hanno catturato. I crucchi (tedeschi, ndr) non hanno fatto in tempo ad ammazzarmi prima di scappare, ma sono rimasto in galera anche dopo che la guerra era finita. C’erano nuovi equilibri da rispettare. C’erano i partigiani che avevano vinto, quelli che hanno smesso di combattere, che “hann calà i bragh ai american” e poi c’erano quelli come me che pensavano che si doveva andare avanti.
Togliatti ha amnistiato i fascisti, mica i rivoluzionari! Quelli che, seppur minoranza, incutevano un certo timore. Erano gli unici che non volevano compromessi con chi si stava prendendo il potere. Ci hanno trattato peggio degli altri, ma in fondo è giusto così. Eravamo i loro veri nemici anche se avevamo combattuto per qualche tempo insieme. Poi… basta. Mi sono ammalato in gattabuia senza mai più riprendermi. Son s’cioppàa.
- Mi sembri arzillo.
- Però non vedo un’uscita alla situazione attuale. Se uno è rivoluzionario lo deve essere per sempre. Non sono contento.
- In effetti. Che ne pensi della situazione attuale?
- Intendiamoci. Non vedo nulla che non si potesse prevedere o almeno intuire. Una colonia è sempre una colonia. Pensa da colonia. Vive da colonia e ubbidisce. Non avevamo poi tanto torto a voler fare la rivoluzione!
- Non dici cose troppo diverse da quello che penso.
- I comunisti, quelli del PCI, sono sempre stati i peggiori servi. Mi spiace che abbiano ingannato troppa gente, che magari era in buona fede. Ma, obiettivamente, era impossibile non accorgersi della deriva del partito. Noi siamo sempre stati da un’altra parte. Ora, con un pelo sullo stomaco niente male, gestiscono il potere politico per conto degli americani.
Dirigono la colonia, per l’appunto. Sono finiti veramente in basso. Non fanno che eseguire l’agenda politica dei loro superiori. Peggio dei democristiani e, per gli anarchici che hanno vissuto  quel tempo, è difficile pensare a qualcosa di peggio dei democristiani. Che, poi, sono gli stessi che festeggiano la Liberazione avendo collaborato a togliere la libertà.
- Direi che sei stato chiaro. Hai nulla da aggiungere? Qualcosa che non ti va giù? Data la quantità di fatti cui assistiamo oggigiorno, forse ci sono troppi bocconi amari da ingoiare…
- Una cosa mi interessa e non solo per il fatto in sè, ma anche per poter definire alcune modalità di ragionamento distorte: gli immigrati che arrivano (in massa) nel territorio europeo. Un fenomeno insito nel modo di produzione che subiamo.
Sentiamo confrontarsi due posizioni diverse, “Accogliamoli” contro “respingiamoli”.
Dico come la penso?
- Ovvio, sono qui per questo.
- Il fenomeno non è governabile, come dicevo. E’ insito, in un mondo che tende a centralizzare la ricchezza, che esistano zone sempre più povere. Alla faccia di tutti i riformisti schifosi e delle loro favole sul progressivo arricchimento per tutte le classi nel sistema capitalista. Ma, perdonami la franchezza, quelli che non capisco sono proprio i migranti, come disen i politicalicorret. Devo dire che me fan propi inrabiss (mi fanno arrabbiare, ndr). Escludo i bambini per ovvi motivi.
- In che senso?
- Lo dico da partigiano e combattente. Chi sono quelli che arrivano? Perchè i giovani che vivono una situazione così naturalmente adatta alla lotta non hanno la spinta per cercare di cambiare le cose?
Se fossi io a decidere, col ciuffolo che accoglierei gente di venti/trentanni che scappa dalla guerra! Noi cosa abbiamo fatto quando il fascismo ha prevalso o quando i nazisti ci hanno invaso? Le colpe degli imperialisti nella situazione internazionale sono chiare, ma chi ne fa le spese dovrebbe essere il primo a volersi ribellare, non a sognare di assimilarsi ai propri assassini. Dovrebbero combattere contro quelli a cui, invece, chiedono aiuto. Sono stato troppo duro?
- No. Noi della redazione non abbiamo di questi problemi, nonno.
- Ben detto. Gli schiavi, restino o vadano, sono sempre schiavi. Dell’ideologia del benessere. Del consumismo. In una parola dell’imperialismo. E poi…
- Aspetto.
- Non mi capacito, soprattutto da parte di sedicenti marxisti, della completa mancanza di proposta: ospitare gente che viene in larga parte a fare l’imprenditore, piccolo o grosso che sia, oppure che formerà un nuovo esercito industriale di riserva ed aiuterà nei fatti a distruggere (e lo stiamo già vedendo) i pochi diritti ancora rimasti, il residuo di anni di battaglie dei lavoratori. Non mi capacito di come si possa dimenticare di valutare le questione di classe. Pensa te come sono ridotto: sono un anarchico che per disperazione simpatizza per Marx.
- Insomma non salvi proprio nessuno.
- E chi dovrei salvare? I sedicenti destri (non ci sono più neanche i fascisti di una volta…)  che sono contro tutti gli extracomunitari, tranne gli statunitensi: gli unici che ci occupano davvero con le basi militari, oppure i buonsinistri che, dopo aver raziato in loco, con l’esodo pensano di sfruttare mano d’opera a basso costo? Oppure, infine, le anime belle che sanno ragionare solo in termini caritatevoli e che non si rendono conto della realtà?

Mi allontano con circospezione per non interrompere il silenzio che si è creato. Ogni volta che lo saluto, mentre contempla l’infinito dalla foto della lapide, mi rendo conto di quanto mi sia mancato il nonno Leonardo, partigiano anarchico ed eclettico che non ho mai conosciuto per i motivi accennati nell’intervista, ma che ho sempre ammirato quando ne sentivo parlare.

Renato Battaglia