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Il figliol prodigo...

In Grecia si è rappresentato l’ultimo esempio di trasformismo della socialdemocrazia europea. Alex Tsipras ne ha rappresentato la versione più tipicamente mediterranea e moderna e, con ciò, creando enorme imbarazzo nel proliferare delle versioni della nuova sinistra radical-chic.
Ottenendo tanto consenso quanto almeno ne avevano perduto i partiti socialisti della vecchia zimarra socialdemocratica. I quali non avevano certamente lesinato ad arrotondare i conti pur di far apparire l’economia greca in grado di essere annessa alla corte della comunità europea. E tutto ciò nel  nome del popolo greco, ma col solo vantaggio di accreditarsi, a loro nome, ogni vantaggio finanziario e speculativo possibile (vedi la lista Falciani). Questo meccanismo tipicamente banditesco è noto e praticato dalla  malavita organizzata e punito dalla legge ordinaria di ogni Stato civile, ma è stato reso incomprensibile dalla “legalità” imperialista e che la stampa dei paesi creditori ha capillarmente sostenuto. Una verità che poteva essere ancora più rumorosa quanto legittima se fosse stata ribaltata dalla mobilitazione di masse popolari armate non appena il conto fosse stato a loro educatamente richiesto. Ma il popolo greco è sì determinato, ma è anche storicamente una miniera di democrazia. La speranza di ogni rivoluzionario è che sia proprio l’amore per la democrazia ad aiutare gli strati più colpiti della popolazione greca, a trovare le più ampie alleanze per combattere il carattere illegale e immorale del progetto dell’UE. Ma cosa impedisce alla popolazione greca di occupare oggi stesso i beni nazionali strategici del paese, soprattutto gli enormi capitali privati e pagare il debito ancor prima delle scadenze mafiose e degli ultimatum terroristici della troika? Da una parte l’aver considerato la democrazia dei padroni l’unica democrazia possibile e, dall’altra, non avere un partito all’altezza dei compiti del momento storico presente, ma al contrario, una coreografia di attendisti di cui la troika conosce ogni ben che minima velleità. Quindi non è la mancanza di determinazione dei cittadini ultra incazzati, i quali si sono espressi più volte attraverso un governo che li ha svenduti e condannati ad un futuro che non sarà mai roseo. Il referendum popolare indetto per indebolire il fronte dei falchi è stato così forte e determinato da mettere in crisi proprio Tsipras che bleffava. Per Tsipras quel pieno appoggio è stato in realtà un pugno allo stomaco. È la mancanza di una politica strategica di potere che ha consentito alla Merkel  di “vedere le carte sul tavolo” e per la troika di alzare la posta. La mancanza di questa strategia non è certamente imputabile al socialdemocratico Tsipras. La Germania della Merkel e di Schaeuble, ma anche la Francia di Hollande e l’Italia di Renzi e tutte quante le socialdemocrazie dell’unione, conoscono assai bene i limiti dei loro cugini greci, che lo stesso referendum ha reso fragili smascherandoli di fronte ad una maggioranza disposta a tenere alta la dignità greca. Su questo confronto, al pieno appoggio popolare, Tsipras si è trovato immediatamente inadeguato, spiazzato  dalla nuova situazione emersa col referendum, si trattava adesso di “alzare la posta”, consapevoli che lui il “figliol prodigo” non avrebbe potuto sostenere quel livello di scontro. Il risultato referendario ha reso più debole Tsipas e Syriza, un partito profondamente legato ideologicamente agli interessi della grande borghesia ellenica. Come sempre la piccola borghesia tradisce e si sottrae alla lotta non appena si tratta di schierarsi contro i suoi padroni. Il referendum chiedeva con chiarezza di spezzare l’ordine ricattatorio della troika e questa indicazione è arrivata al governo con la forza e la speranza di milioni di greci esasperati. Solo che questo governo non aveva nel suo DNA nessun elemento culturale né di classe che lo ponesse in grado di raccogliere la legittimità democratica posta dal referendum, con le “fratture” che necessariamente ne sarebbero derivate. Consapevole che ciò avrebbe potuto trasformare la lotta per la democrazia nella lotta per una più giusta ripartizione del debito di Stato. A partire dai “paperoni” che possiedono intere flotte navali, tra le più grandi del mondo, interessi ramificati in tutti i settori ecc., in particolare quello bancario. Basterebbero solo la metà dei 600 miliardi portati all’estero per onorare il debito in meno di 24 ore (cfr. Redazione de Il cuneo rosso). Ma questo poteva significare la dura reazione dell’imperialismo e di conseguenza una lotta su tutti i terreni. Il nostro “astro”, “la speranza della sinistra europea”, ha preferito rimettersi alla clemenza della troika e ritornare a casa. Le conseguenze politiche ed  economiche del voto sarebbero state dirompenti non solo per la Grecia, ma per tutto il baraccone dell’unione e portare avanti una lotta di tale rilevanza e spessore ci vuole ben altro che Tsipras, questo i faccendieri dell’imperialismo lo hanno saputo cogliere lucidamente. Alla luce di queste drammatiche vicende non possono esservi le condizioni per restare nell’unione, ogni altra soluzione, eccetto quella di restare, si dimostrerebbe più vantaggiosa per i lavoratori e per le classi più direttamente colpite dalle misure repressive dell’UE. Oggi questa scelta è più chiara e più consapevole di ieri, come è più chiaro il ruolo svolto da Syriza, diciamolo senza tema di smentita, un lavoro politicamente sporco quanto istruttivo per milioni di proletari. Per il popolo greco è iniziata una storia nuova, quella di saper individuare quali sono i falsi amici di ieri e quelli di oggi e che solo grazie alla loro coraggiosa vittoria del NO sono stati smascherati una volta per tutte, ma anche da chi riteneva inutile questa formidabile esperienza, senza la quale, il partito si ridurrebbe ad un pugno di mosche cocchiere. “Mettersi in grado” di opporsi e lottare con ogni mezzo contro il progetto di trasformare la Grecia in uno Stato sommerso dai debiti e ostaggio senza fine del capitale finanziario, questo sembra dover essere la lunga sfida che attende il proletariato e soprattutto i giovani greci. Ma c’è anche un compito che aspetta di essere portato avanti con maggior volontà, quello di voler rappresentare tutta la Grecia democratica del 5 luglio, quando il 61% dei greci si  era posto sul terreno della lotta contro l’arroganza del nuovo colonialismo, per la difesa della loro autodeterminazione, cosa che sembra ancora non ben capito. La Grecia è ormai uno Stato a sovranità limitata e la povertà di milioni di precari non farà che accrescere  la forza della reazione e del populismo. Sottrarsi dal voler organizzare ed orientare le loro lotte a partire dal proprio esempio combattente, mettendosi alla testa di ogni protesta, significa non capire le tappe necessarie per sottrarre all’imperialismo la sua base sociale e porre le basi per batterlo.

Mario Rossi 16/7/2015