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Internazionalisti, non interisti

Uno si chiama Paco Arcadio, l’altro Marcos.
I nomi sono di fantasia. Non una fantasia, invece, il fatto che entrambi siano cittadini spagnoli; e che, insieme con altri connazionali il cui numero, per ovvie ragioni, resta un segreto, facciano parte di un plotone di franco-tiratori che, sulla linea del fronte, combattano contro i tagliagole “in nome di Allah il misericordioso” dell’autoproclamatosi Califfo Abu Bakr Bagdadi, l’attuale capo-banda dell’ISIS.
Paco Arcadio e Marcos difendono Shengal, (in arabo Sinyar, una località nel nord-est dell’Irak, a pochi chilometri da Mosul), una montagna controllata dai curdi. Entrambi indossano le divise tradizionali della guerriglia curdo-turca, vale a dire del PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan.
Paco è qui, è lui stesso a sostenerlo, “per aiutare, come fecero le brigate internazionali ne 1936, in Spagna”.
A differenza di allora, Paco, Marcos e gli altri internazionalisti spagnoli non difendono la Repubblica,  bensì il “diritto alla vita” di una comunità, quella degli Yazidi, perseguitata e massacrata dall’ISIS che  l’accusa di essere “eretica” per via delle sue convinzioni religiose.
“La vittoria sul fascismo rappresentato dalla banda criminale ed assassina di Al Bagdadi” consentirà, ne è convinto Paco, “l’avanzata del proletariato in questa regione”.
Paco è arrivato fin qui alla fine del 2014, senza alcuna promessa di ricompensa, rispondendo all’appello all’Internazionalismo proletario dell’organizzazione a cui dichiara di appartenere, vale a dire di Ricostruzione Comunista, una scissione dell’Unione delle gioventù comuniste spagnole. Assegnato dapprima ad una località curda della Siria, Paco entrò  nel Partito Comunista Marxista-Leninista ((MLKP), un’organizzazione turca che lotta a fianco dei curdi.
Senza alcun addestramento militare alle spalle, Paco, Marcos e gli altri internazionalisti spagnoli combattono, armi in pugno, ormai da anni. Conoscono quindi perfettamente la prigionia dei loro compatrioti che combatterono da volontari in Ucraina e non nascondono di temere di subire la stessa sorte: “è  deplorevole che il governo spagnolo dichiari di lottare contro l’ISIS e si preoccupi di reprimere coloro che, proprio contro l’ISIS, stanno lottando veramente”, non esita ad osservare criticamente Paco.
Valutazioni di fonti indipendenti stimano che, nei territori controllati dai tagliagole di Al Bagdadi c sono fra i 16 mila ed i 17 mila stranieri. Nelle fila dei curdi, gli unici veri oppositori dell’ISIS insieme con la Siria e gli Hezbollah libanesi, ci sono, fra gli altri, britannici, nordamericani e tedeschi. E, naturalmente, spagnoli come Paco e Marcos. I quali non contano affatto di ritornare in patria: perché, per tutti loro, “è un onore sacrificare la vita per un ideale”.
Il che rende comprensibile perché, fra gli Internazionalisti che combattono contro l’ISIS, non risulta ci siano italiani. Per gli Italiani, tutt’al più si può sacrificare la vita per la squadra di calcio del cuore, per una “mangiata” da stroncarti il miocardio, per eccesso di lavoro salariato e servile, per disidratazione in séguito a salivazione abbondante nei confronti di preti, banchieri e politicanti, per infarto provocato da masturbazione eccessiva, per asfissia da incenso…

Red3

Le informazioni che hanno reso possibile la redazione di questo articolo provengono dal sito www.elmundo.es, a cui, ovviamente, rimandiamo i lettori che non gradiscono di essere definiti “internazionalisti” solo perché tifano per l’Inter del noto finanziere indonesiano.