Canale Video


Calendario

Ottobre 2021
L M M G V S D
« Set    
 123
45678910
11121314151617
18192021222324
25262728293031

Archivio Articoli

El gran rescate

Cari lettori, vi presentiamo l’intervista ad un compagno che ha collaborato alla traduzione del libro “El gran rescate” (Il grande riscatto) di Ricardo Palma Salamanca, testo che consigliamo vivamente perché crediamo che sia importante conoscere e valorizzare esperienze come quelle del FPMR.
La Red/azione

1. Uscirà prossimamente, a quanto sappiamo, la traduzione italiana di un libro scritto da militanti dell’organizzazione armata Frente Patriótico Manuel Rodriguez cileno. Ci puoi dire qualcosa di più e di più preciso?

Nel dicembre del 1996 un commando del FPMR ha liberato 4 dei propri militanti rinchiusi nella Carcel de Alta Seguridad (CAS) di Santiago del Chile. Il libro è un racconto scritto di pugno da uno dei quattro compagni liberati con quell’azione.
La fuga dal carcere è stata un po’ particolare, poiché quel penitenziario era costituito da un braccio di massima sicurezza, sito all’interna di una caserma di carabineros che a sua volta era stata costruita all’interno di un carcere più grande. Tutto il complesso era dotato di sistemi di sicurezza avanzati, ivi compresi sensori di movimento nel terreno, in modo da rilevare eventuali operazioni di scavo da parte dei detenuti.
Il commando del FPMR ha perciò eseguito l’operazione sequestrando un elicottero, portandolo in quota sul cortile interno della CAS, lanciando una specie di cesto (nel libro è spiegata anche la genesi di questo cesto, particolarmente complessa per garantire l’incolumità dei fuggitivi) grazie al quale i 4 sono stati prelevati e in pochissimi secondi portati all’esterno del carcere. Tutta l’operazione è durata pochissimi minuti dopo un anno di pianificazione.

2. Chi sono i protagonisti del libro che hai tradotto? In altre parole, chi sono i combattenti del Frente?

Possiamo dire che il protagonista principale è il FPMR e la sua capacità di svolgere azioni che altri, o in altri tempi come i nostri, considerano impossibili, impraticabili, e tutti gli aggettivi che si possono trovare per giustificare, in estrema sintesi, l’inazione. Il FPMR non si è mai tirato indietro di fronte alla realizzazione di un obiettivo, per quanto difficile: ha solo tradotto in questione di mezzi e tempi le necessità, a volte storiche, dell’azione.
Il FPMR è, o meglio era, un’organizzazione armata, nata come braccio militare del PC cileno nei primi anni ’80 (la data ufficiale di nascita è il 1983, ma con un precedente processo di gestazione) durante la dittatura del governo militare di Augusto Duarte Pinochet. Ricordo ai vostri lettori più giovani che il governo militare assunse il potere con un colpo di stato contro il governo legittimo di Salvador Allende, l’11 settembre 1973 e governò fino al 1989.I suoi militanti erano tutti giovanissimi, tra i 18 e i 20 anni, ragazzini al tempo del golpe e cresciuti nell’odio feroce per il governo militare.
Tenete presente infatti che i “vecchi” militanti del PC e delle altre organizzazioni della sinistra erano morti nei primi anni di dittatura, o in galera o fuggiti all’estero. Il PC decise di costituire un’organizzazione armata, reclutando giovani militanti e addestrandoli. In molti casi questi giovani si formarono a Cuba, nella DDR o in Cecoslovacchia. Mai stato nemmeno lontanamente un simpatizzante per i regimi del cosiddetto Patto di Varsavia, ma l’onestà intellettuale ci impone di dire che centinaia di combattenti latinoamericani sono stati istruiti dall’esercito di Honecker. E Cuba, dal canto suo, ha sostenuto con vigore le guerriglie latinoamericane. Dopo i primi rudimenti militari ottenuti in questo modo, i combattenti del Frente trovarono il tempo di “farsi le ossa” anche tra le fila delle brigate internazionali in Nicaragua (nella guerra contro i contras) e della guerriglia salvadoregna del Frente Farabundo Martí.

3. Ma quindi nel 1996, all’epoca dei fatti di cui parla il libro, il Cile era un paese democratico?

Sì, certo. Oddio, democratico come lo potrebbe essere l’Italia. Nel 1989, un referendum indetto dal governo militare venne battuto e in sostanza la dittatura abdicò. Era diventata poco presentabile e non solo perché (come in Argentina, Brasile e Uruguay) fosse composta da macellai e assassini ma per una serie di tracolli economici seguiti alla rigida applicazione delle teorie monetariste di Friedman, di Hayek e degli altri esponenti di quella poco degna compagnia. Le chiacchiere sulla globalizzazione e sul neoliberismo fanno credere che siano fenomeni relativamente recenti. Nessuno dice – tranne i pochissimi che hanno studiato quel caso – che il Cile applicò l’approccio cosiddetto neoliberista prima di Reagan o della Tatcher.
Dopo il referendum del 1989, si costituì un governo “democratico” (il Cile è una repubblica presidenziale) retto da Eduardo Frei, peraltro figlio del predecessore di Allende. Si trattò in sostanza di una riconsegna in mani civili del governo da parte dei militari. La struttura portante dell’economia – e della divisione in classi – cilena non venne nemmeno scalfita (e non lo è nemmeno ora sotto il governo della “compagna” Bachelet). La SOFOFA (l’equivalente cileno della nostra Confindustria) cessò di sponsorizzare parate militari e si mise a proclamare le fulgide e progressive sorti del parlamentarismo.
Già nel 1987, mentre le dirigenze dei principali partiti di opposizione (DC, PS e PC) in esilio, negoziavano il referendum, il FPMR iniziò a distaccarsi dal “partito madre”. In soldoni: buona parte dei militanti del Frente riteneva di non aver combattuto, rischiato vita e libertà, sepolto i propri compagni per un mero cambio d’abito del governo dall’uniforme alla cravatta. Nel libro abbiamo aggiunto una postfazione che ricostruisce la storia del FPMR.

4. Perché il libro dovrebbe interessare i militanti italiani? C’è qualche analogia, a tuo parere, fra la lotta dei partigiani cileni e quella dei rivoluzionari italiani, supposto che in Italia, a differenza del Cile in particolare e dell’America Latina in generale, ci sia ancora qualcuno che meriti di essere considerato tale?

Le ragioni e le analogie sono in sostanza 3:
a. le storie delle sinistre dei due paesi sono profondamente intrecciate. Nella graduatoria dei partiti comunisti occidentali per numero di iscritti, il PCI era il primo (il più grande Partito comunista operante in una pese nella sfera d’influenza statunitense) e quello cileno il terzo (dopo il francese). Il PCI vedeva nel governo Allende e nella sua “via cilena al socialismo” (si badi bene, tutti i fenomeni politici contemporanei sono meri epigoni del passato, mi riferisco in questo caso al Venezuela) un modello da sbandierare (non praticare) per l’Italia. All’indomani del golpe, Berlinguer inizia a parlare di “compromesso storico”. In sostanza prende atto che vie democratiche e legali al socialismo non si danno e quindi… abbandona – anche a parole – il socialismo e propone un’alleanza strategica con la Democrazia Cristiana. E Aldo Moro era lì pronto ad accoglierlo, esattamente come i DC cileni. La differenza storica sta tutta là. La DC cilena flirtò con tutti i golpisti possibili prima e durante il governo Allende (ricordo che Aldo Moro fu responsabile del comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti negli anni ’60). E al momento del golpe diede un sostanziale via libera ai militari. Il suo scioglimento fu puramente formale: molti ministri di Pinochet provennero dalle fila della DC.
b. l’abdicazione del governo militare venne spacciata come ripristino della democrazia parlamentare dopo la ”parentesi infausta” della dittatura. A differenza dell’Italia, i partigiani non smobilitarono, ma continuarono a combattere, chiarendo che la battaglia era per la rivoluzione non per il Parlamento. Non voglio togliere nulla alla generosità di quei militanti italiani che dopo il ’45 non cedettero le armi, ma il FPMR costituì un’opzione “nazionale”. Questa diceria sulle dittature come parentesi da dimenticare è pericolosissima: il fascismo è sempre l’extrema ratio della borghesia quando il suo modello ideale – la democrazia parlamentare – non funziona nella guerra di classe. Tutti i governi fascisti furono profondamente (e ferocemente) riformatori e innovatori (checché ne dica il PD, la parola riformista per me resta una parolaccia). La loro uscita di scena ha sempre riconsegnato in mani “democratiche”, una struttura socio-economica diversa: il discorso vale per l’Italia, per la Germania, per il Cile, per l’Argentina.
c. il Cile, che a taluni può parere del “terzo mondo” era già negli anni ’70 un paese sviluppato, per il contesto storico. La guerriglia cilena del FPMR (o del MIR) fu una guerriglia urbana e non una guerriglia rurale o contadina come i casi del Vietnam, del Nicaragua, del Salvador e molto prima della Cina. Ora io non so se ci siano rivoluzionari in Italia o in altri paesi. Ce ne sono di sicuro ma non ci sono rivoluzioni, al momento.
Peraltro il problema non si pone. Ai tempi di Marx un paese poteva decidere le sorti della rivoluzione, fosse la Francia o la Germania, oggi i termini della rivoluzione sono globali. La lezione di una guerriglia urbana come la cilena, quindi della soluzione alla domanda “Quali le forme della rivoluzione in un paese sviluppato”, sono un buon manuale per qualunque rivoluzionario. La considerazione vale per qualunque altro caso: i tupamaros, i montoneros e l’EPR argentino, la RAF e le Brigate Rosse.

5. In che modo ed in quali forme, a tuo giudizio, gli internazionalisti italiani possono esprimere concretamente la loro solidarietà nei confronti di chi, in altri Paesi, seguita a lottare contro l’imperialismo, invece di genuflettersi quotidianamente ai suoi piedi?

Ho sempre creduto poco alla “solidarietà” per come viene intesa, salvo quella umana. Solidali con i sandinisti ai tempi volle dire combattere tra di loro contro i contras. Solidali con la Repubblica Spagnola volle dire arruolarsi nelle brigate internazionali.
Se quanto ho detto sopra non è una belinata pazzesca (la Rivoluzione è un tema globale e non nazionale), la forma migliore di solidarietà sarebbe alzarsi dalla genuflessione e lottare qui, per la rivoluzione: non per il cambio di proprietario di fabbriche in crisi o per la galera a Berlusconi. Chiarisco meglio: l’imperialismo può continuare a fare il suo indegno lavoro (ma è il suo e ha le sue ragioni per svolgerlo) e massacrare popolazioni inermi (o meno inermi come gli Afghani o gli Iracheni) perché qui, nelle sue retrovie, la massima forma di lotta è salire su una ciminiera o una piattaforma. Per correre poi ad applaudire le salme di qualche “eroe” morto facendo un mestiere che – prevedendo l’impiego del fucile in cambio di stipendio – prevede anche il lasciarci la pelle. I mercenari nel 1500 lo sapevano perfettamente. Quelli attuali hanno la pretesa di metter da parte due soldi, comprarsi la casa e garantirsi una pensione con l’opprimere una popolazione. Brutta gente ma “losco figuro” è chi li applaude.
Nel mio piccolo, e in assenza di un movimento rivoluzionario, mi sono limitato a tradurre in italiano la voce di alcuni rivoluzionari. Non so se sia “solidarietà” e non mi pongo nemmeno il problema. Mi sono limitato ad offrire un tassello ulteriore di “bibliografia ragionata” per chi volesse – ad onta di tutto – ragionare sulla rivoluzione.

5. Come è andata a finire la fuga dal carcere?

Svelare i finali è sbagliato, mi dicono. Ma sono fatti storici e io non faccio il piazzista di libri. E’ riuscita. I quattro fuggitivi e i membri del commando si sono dati alla macchia. In particolare, l’autore è tuttora libero e in clandestinità in qualche parte del sistema solare, e gli auguro di continuare ad essere libero, naturalmente. Uno degli evasi, Mauricio Hernandez Norambuena, è stato arrestato nel 2002 durante il sequestro di un imprenditore in Brasile. Non so se avete presente: quella degna attività di estorsione di denaro ad un borghese per finanziare la rivoluzione. Mauricio è stato un alto dirigente del Frente, membro del commando che attentò alla vita di Pinochet. In un paese di persone perbene gli avrebbero dato una medaglia. Invece è in galera. C’è una campagna internazionale per la sua liberazione. Potete associarvi seguendo l’indirizzo http://www.mauriciohernandeznorambuena.com/solidarieta-norambuena.html. Rientra in quella solidarietà umana più che altro, che citavo prima.

6. Il Frente è ancora operativo?

Non mi risulta. C’è un’organizzazione in Cile che si richiama al FPMR e che agisce alla luce del sole, molto attiva tra gli studenti e le comunità dei quartieri popolari (da loro si chiamano marginales). Bravi compagni ma non mi risultano avere un’opzione armata.

You must be logged in to post a comment.