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I rivoluzionari ed Hamas (seconda parte)

Dicevamo prima che la questione del sostegno ad Hamas è tanto una questione pratica quanto una questione di principio.
I Rivoluzionari sostengono senza ambiguità di sorta coloro che oggettivamente lottano contro l’imperialismo anche se ciò non significa affatto condividere tutte le loro posizioni. Ciò che conta, infatti, é ciò che essi fanno, non ciò che essi pensano, come dimostra  Engels nella sua famosa opera “La guerra dei contadini in Germania”, un saggio di materialismo storico di cui raccomandiamo vivamente la lettura.
Occorre partecipare attivamente alla lotta di chi si oppone all’imperialismo pur senza sostenere coscientemente un programma esplicitamente comunista, allo scopo di orientarla in senso progressista o rivoluzionario. Per i rivoluzionari che operano nel ventre della Bestia imperialista, é una questione di principio appoggiare qualsiasi ribellione contro l’imperialismo, anche quando coloro che la dirigono sono portatori di idee retrograde ed anche in assenza di forze o di programmi progressisti o esplicitamente comunisti.
I Rivoluzionari rifiutano senza esitazione e senza ambiguità di sorta l’ideologia reazionaria dell’Islam politico non perché quest’ultimo si oppone ai pretesi “valori liberali” delle democrazie capitaliste, bensì perché opprime le masse popolari ed opera in funzione ed al servizio dell’ordine imperialista dominante.
Islam politico è notoriamente un’arma politica  delle classi burocratiche, feudali e “compradore” che gestiscono i regimi arabi ed i Paesi a maggioranza musulmana. Queste classi dirigenti, in nome di una religione, operano di fatto contro le aspirazioni democratiche delle classi popolari e contro la liberazione dei popoli.
Oggi, nella Palestina occupata dall’entità sionista, il problema principale non è Hamas, ma l’Autorità palestinese (AP).
L’istituzione dell’AP ha letteralmente distrutto il movimento nazionale palestinese e lo ha costretto ad abbandonare tutti i suoi obiettivi di liberazione nazionale.
Questo situazione concreta, delineatasi chiaramente dopo il 1993, non consente al movimento di solidarietà con la Palestina di mantenere e ripetere lo stesso discorso degli anni Ottanta del secolo scorso.
Tutte le forze che accettano il quadro politico e la leadership dell’AP hanno rotto con il programma di Liberazione della Palestina. E ‘ per questo motivo che è del tutto inutile sostenere oggi il progetto di una “Palestina democratica” (multietnica e multireligiosa,) difeso storicamente dall’OLP di Arafat al progetto islamista di Hamas.
Questo progetto democratico non corrisponde alla prassi attuale delle forze dell’OLP, comprese le sue componenti di sinistra.
Se non si parte da questa realtà, si vendono soltanto illusioni.
L’Autorità palestinese, istituita con gli accordi di Oslo, è sempre stata la negazione della Palestina democratica. In effetti, l’AP ha avallato ed avalla il fatto compiuto della colonizzazione sionista, ha accettato la sconfitta ed ha riconosciuto la “legittimità” del sionismo.
Gli Accordi di Oslo e le elezioni palestinesi sotto occupazione del 2006 hanno provocato una profonda demoralizzazione. I coloni sionisti oggi controllano il 42% della Cisgiordania, ed un quarto dei Palestinesi di questa zona dipendono dai lavori concessi dall’AP. La quale peraltro condanna qualsiasi reazione popolare contro l’occupazione, armata e no, e rappresenta la docilità sconfinata della grande borghesia palestinese. Eppure l’AP non ha neppure la semplice parvenza di uno Stato sovrano, dal momento che non é in grado di esercitare alcun diritto sull’acqua, sulla terra e sullo spazio aereo. Al contrario, essa svolge soltanto la  funzione di oppressione all’interno per conto dell’occupante sionista e della borghesia “compradora” palestinese.
Per questo motivo, chi oggi appoggia acriticamente la Sinistra palestinese e la sua parola d’ordine di una “Palestina democratica”, proponendo l’una e l’altra in alternativa ad Hamas, é un impostore che non aiuta in alcun modo il popolo palestinese.
Questa posizione, peraltro largamente condivisa dai Rivoluzionari occidentali, non permette né di capire i problemi attuali né di sostenere efficacemente lotta del popolo palestinese.
Certo:  le concezioni storiche e le azioni della sinistra palestinese (principalmente il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina ed il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina) sono di gran lunga il prodotto più avanzato della Resistenza palestinese negli anni 1970 e 1980 .
Ma dopo il 1993,  ci sono stati dei tentativi di costruire un nuovo “fronte del rifiuto”. Oggi però la pratica principale delle forze della sinistra palestinese  consiste nella loro “partecipazione critica” alle richieste previste dagli accordi di Oslo e nella diluizione della lotta popolare nelle ONG che inquadrano la popolazione.
Queste forze hanno in gran parte abbandonato la lotta armata, i loro attivisti sono finanziati dalle ONG che dipendono l’imperialismo ed hanno accettato la repressione dell’Ap nei confronti di Hamas.
E ‘ questa resa che occorre per  prima criticare,  piuttosto che nutrire l’illusione che il volto della resistenza palestinese oggi sia  ancora quello di Leila Khaled, la guerrigliera divenuta un’icona della Resistenza palestinese negli anni Settanta del secolo scorso.
Servirsi del movimento rivoluzionario palestinese del 1970 per nascondere ciò che esso è diventato, non aiuta la causa del popolo palesinese. Se le masse palestinesi si sono rivolte a Hamas, è per ragioni concrete di resistenza all’occupazione dell’entità sionista,  non per l’abbandono, da parte della Sinistra e dell’OLP, di un “bel progetto democratico”. Insomma, la forza relativa di Hamas è soltanto una conseguenza della capitolazione dell’OLP.

(Fine seconda parte)

La prima parte di questo contributo è stata pubblicata il 9 ottobre c.a.