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La nuova resistenza

Dai Gruppi di azione patriottica ai Gruppi di azione partigiana

Quella che segue è un’intervista a Mario Rossi, un militante dei GAP (Gruppi di azione partigiana), in particolare della brigata genovese “22 Ottobre”.
Passati alla cronaca, lui ed i suoi compagni, più per le fotografie scattate durante un’azione di esproprio risoltasi tragicamente, questi brigatisti, passati attraverso il tritacarne dei media di regime grazie anche alla complicità del PCI di allora, vengono spesso ricordati come un volgare “gruppo di rapinatori”, di “delinquenti comuni”, piuttosto che come un gruppo di combattenti rivoluzionari.
La loro storia politico-personale e la loro stessa militanza nelle lotte carcerarie di quegli anni testimoniano l’esatto contrario.
Essi furono tra i primi, se non i primi in assoluto, a porsi il problema dell’organizzazione della guerriglia nelle metropoli di un Paese a capitalismo avanzato; e, anche per questo, furono tra i primi a subire la repressione violenta dello Stato e le conseguenze del “tradimento” del Partito Comunista.
L’intervista che potete leggere qui sotto prende spunto dal libro dedicato alla loro vicenda politico-organizzativa, e che ci è già capitato di recensire nei mesi scorsi (si tratta del volume “Animali di periferia”, edito nel 2012, e di cui raccomandiamo nuovamente la lettura).

La Red/Azione

Il presupposto su cui si fonda la costituzione del vostro gruppo é che, di lì a poco, in Italia ci sarebbe stato un golpe. Da qui la necessità di formare un gruppo clandestino in grado di rispondere immediatamente al previsto colpo di stato. Puoi brevemente riassumere l’analisi che vi portava a questa conclusione?

L’idea di passare alla guerriglia nasce proprio dalla tensione che si sentiva in Italia, dove il clima sociale si stava riscaldando.
Entravamo in un periodo di lotte contrattuali che coinvolgevano un po’ tutte le categorie, dai tessili, ai metalmeccanici. La guerra in Vietnam era ogni giorno occasione per manifestare e far politica. In aprile,  il colpo di stato in Grecia (nel 1967, in Grecia, con l’appoggio degli USA, una giunta militare prende il potere, ndr) ha messo un po’ tutti sul “chi vive”. I discorsi, ormai, si orientavano attorno alla domanda: “quando sarebbe successo anche a noi?” Anche il Partito (il PCI, ndr) manifestava prudenza: lo si capiva dai suoi discorsi, soprattutto ogni volta che illustrava il suo programma politico. Il caso-SIFAR (lo scandalo che coinvolse il servizio segreto militare italiano dell’epoca, ndr), denunciato da un settimanale (L’Espresso, ndr), su “schedature pregresse” accumulate nel tempo confermava i nostri sospetti: con la crescita delle lotte, il cui contenuto diventava sempre più politico, ci saremmo ritrovati pesantemente sconfitti.

Questa consapevolezza è intuibile nascesse da un’esperienza diretta, maturata all’interno del PCI. Credevate che il Partito non fosse preparato ad affrontare la situazione che si stava profilando ad un orizzonte sempre più vicino?

Il Partito mancava di un programma che sapesse andare oltre le lotte legali gestite dal Partito stesso. Che sapesse, cioè, cogliere il carattere di potere che la classe esprimeva attraverso le proprie lotte. Ricostruire fuori dalle “regole democratiche” sembrava dunque essere quella garanzia che ci mancava. O, meglio ancora, che ci era stata tolta. La sconfitta era “dentro”: dentro il PCI e dentro i suoi militanti. Questo rappresenta un limite pratico, ma soprattutto culturale. Era il limite della democrazia borghese, che doveva essere compreso e superato. Ma il superamento della barriera delle garanzie ideologiche dello Stato borghese, la soggezione allo Stato stesso ed alle sue articolazioni, tra cui lo stesso Partito che ci aveva già progressivamente disarmato perché ideologicamente imborghesito, non poteva essere gestito dagli stessi estimatori delle regole democratiche, dai teorici della non-violenza. Perché è proprio in loro, per loro e con loro che nasce la filosofia della sconfitta.
Sarebbe criminale non tenere conto degli insegnamenti della storia. E’ la guerriglia, allora, che vive questa doppia decisiva valenza. Sono i comunisti, e solamente loro,  che possono avere una visione di insieme dello stato delle cose.
Ricostruire attraverso la guerriglia l’organizzazione (antiterrorista, antigolpista, antimperialista) che sappia spianare con la massima determinazione le trame più reazionarie che ostacolano e frenano le tappe necessarie che il proletariato si dà, o accetta di darsi, per emanciparsi.

Accennavate all’inizio all’esempio del colpo di stato militare in Grecia. Quanto ha condizionato le vostre scelte, il Golpe dei colonnelli greci?

Grazie alla Grecia abbiamo capito che un popolo non può essere trattato come un gregge; e lo abbiamo capìto attraverso i Paesi in cui i comunisti sono stati alla testa delle lotte. Negli anni successivi abbiamo avuto, con il Cile (l’allusione è al colpo di stato di Pinochet che pose fine all’esperienza democratico-borghese del governo Allende, ndr) un esempio da manuale di come si può portare un popolo al macello.
L’imperialismo, anche nei suoi momenti di maggiore debolezza, può sempre contare sulla nostra indecisione, sul nostro timore di rompere le regole e di colpire per primi.

Le azioni del vostro gruppo, nella maggior parte dei casi, non furono rivendicate. Questa scelta venne presa allo scopo di non svelare l’esistenza del gruppo?

All’inizio, in realtà, non avevamo modo di rivendicare le azioni per mancanza di mezzi di propaganda appropriati Poi, ogni volta che la brigata aveva portato a termine un’azione, era vitale gestirla, propagandarla, divulgarne il senso e gli obiettivi. Era fondamentale che la nostra esistenza politica e militare fosse sempre più conosciuta e sempre più radicata accanto alle lotte più risolute del movimento operaio.
Rivendicare gli assalti alle banche ed i sequestri, al contrario, non mi/ci sembrava, all’epoca, opportuno.

L’azione allo Iacp (Istituto Autonomo Case Popolari, ndr) di Genova, molto pericolosa per le sorti del gruppo, non poteva essere rinviata, considerate le difficoltà che dovevate affrontare?

Col senno del poi, potrei dirvi che non era necessario, quella mattina potevo, che so?, rompermi una gamba. Quando però “in “cantiere ci sono “cose” di una certa importanza…

Dalla storia del vostro gruppo si intuisce una sua graduale ma significativa evoluzione. All’inizio, l’idea è di ricreare una sorta di brigata partigiana “classica” che sia pronta a contrastare il golpe (ossia prendere la “via della montagna”): successivamente il gruppo si pone il problema della guerriglia nella metropoli (la via dei Tupamaros), infine, chi si salva dagli arresti,  progetta con Feltrinelli (Osvaldo) un’ azione in cui  è previsto un assalto alla Questura milanese. E’ il passaggio all’assalto al “cuore dello Stato” a prescindere da eventuali colpi di stato?

Noi volevamo essere un piccolo gruppo di guerriglia: le montagne le frequentavamo per scopi logistici, non per “specializzarci”.
Erano le città, soprattutto era la periferia della città l’area dove trovavamo i colori più mimetici.
La cronaca ci ha battezzato “22 ottobre”. La cosa non ci è mai dispiaciuta, non foss’altro per il richiamo del mese (al mese della gloriosa rivoluzione bolscevica guidata da Lenin in Russia nel 1917, ndr). Noi eravamo soprattutto un gruppo di compagni genovesi che, per dirla con Gino Paoli, “volevano cambiare il mondo”…
Il concetto politico di “cuore dello stato”, non è propriamente nostro, anche se la guerriglia persegue lo scopo di essere avanguardia, di organizzare, su terreni diversi, soprattutto su quello propagandistico e su quello militare. L’attacco ai programmi reazionari è sempre un attacco ad un programma di lungo respiro. Diventa chiaro che solo con lo svelarsi, nella coscienza delle masse, della fine del loro sogno, solo quando le masse diventano consapevoli che la realtà le obbliga a difendere ciò che hanno conquistato, solo allora si può parlare di lotta armata fino all’ultimo quartiere, per l’appunto! Solo in quel momento si può capire se la guerriglia è divenuta Partito. Questo era il nostro impianto strategico : ecco perché con Osvaldo (Feltrinelli, ndr) avevamo molto in comune. Per finire, posso comunque dirvi che siamo nati ottobristi, siamo caduti gappisti, ma, tutti,  abbiamo vissuto da brigatisti .E ne siamo orgogliosi.

Prima di concludere, hai/avete qualcosa da aggiungere o da precisare?

Sì, credo sia necessario aggiungere alcuni brevi periodi al mio primo scritto. Mi guardo bene dall’essere un intellettuale. Nessuno di noi lo è mai stato. La nostra storia è tutta dentro la struttura del militante critico di Partito. Da genitori molto delusi ma senza alcuna altra alternativa che non nel “verbo”, per cui ci è stato molto difficile comprendere la scienza di Marx e di Lenin. Abbiamo solo capìto, e non solo dagli scritti ma anche dai vecchi militanti, che la strategia bolscevica si è dimostrata l’unica vittoriosa contro il capitalismo. E che l’esempio sovietico non appartiene all’archeologia della lotta all’imperialismo. Al contrario, esso è una scienza che deve essere adattata ad ogni circostanza storica soprattutto nei paesi come il nostro a capitalismo avanzato e, come noi riteniamo, a democrazia incompleta. Perché la “psicosi del golpe” se non perché l’imperialismo è violenza? Il capitalismo dopo aver svolto una funzione progressista e rivoluzionaria, al massimo del suo sviluppo è costretto ad esercitare con la forza dei capitali la spartizione dei mercati, delle risorse, e delle aree geopolitiche. Possiamo dire che l’imperialismo è soprattutto la guerra per i mercati. Il rapporto dei comunisti con l’imperialismo è lo stato di guerra permanente. Essi (i comunisti) non possono esercitare legalmente la lotta per abbattere il capitalismo, perché il metodo della lotta dei comunisti noi crediamo sia la tattica bolscevica. Perché il bolscevismo? Il metodo bolscevico, come dicevamo, si è dimostrato il più coerente adattamento del marxismo nella specifica situazione russa, in particolar modo nel periodo del passaggio tra abbattimento dello zarismo, (rivoluzione democratica) e lo sviluppo di quest’ultima e la presa del potere dei soviet (consigli operai rivoluzionari). Noi crediamo che lo studio del bolscevismo possa essere uno strumento decisivo nella lotta nelle metropoli imperialiste.

Compromesso democratico

Noi crediamo che negli Stati capitalisti moderni, nelle sfere di dominio imperialista, la democrazia non abbia ancora raggiunto la sua piena coerenza democratica. Fino a quando essi eserciteranno l’azione imperialista, e l’agire rivoluzionario del proletariato sarà per legge represso, sarà una democrazia imperialista, quindi dal punto di vista degli interessi del proletariato immatura e non democratica. La Guerriglia – l’organizzazione armata è la politica rivoluzionaria dei comunisti, è la propaganda sugli obiettivi che il proletariato può raggiungere sul terreno democratico per completare la rivoluzione democratico borghese. Solo la guerriglia chiarisce ed educa il proletariato a conquistare le sue libertà, politiche ed economiche. Questo può benissimo avvenire attraverso il parlamento e con il partito borghese che meglio sappia rappresentarlo. Nell’epoca dell’imperialismo non possono esistere partiti comunisti che esercitano praticamente gli interessi del proletariato e al tempo stesso praticano la lotta parlamentare. L’imperialismo è corruzione economica e culturale, è complotto mafioso, organizza la lotta alla criminalità per meglio servirsene contro il proletariato. In generale produce illegalità, un esercito di proletari devastati che rappresenta un formidabile esercito di proletari da scagliare contro i suoi detrattori più risoluti, tra cui la democrazia stessa. Compito dell’azione armata rivoluzionaria è liberare la democrazia dalla catena imperialista e ciò e possibile solo attraverso la partecipazione della maggioranza del proletariato e della borghesia democratica alla gestione del potere. Per operare questa scelta il proletariato moderno può giungervi solo con l’acquisizione dell’esperienza delle rivoluzioni vittoriose del XX secolo, non semplicemente con la propaganda. Si tratta quindi di un compromesso democratico necessario che può e deve portare il proletariato al governo col sostegno di un rapporto di forze che solo la guerriglia dei comunisti e delle forme di lotta che da queste  nuove condizioni sapranno nascere spontaneamente. Tale  nuova democrazia, sarà tanto più libera e democratica, quanto più la lotta di classe e la violenza organizzata dai nuovi organismi rivoluzionari sapranno colpire gli interessi della borghesia imperialista e la reazione golpista, la quale per dirla con Lenin ”non potrà più vivere come nel passato, così come il proletariato non sarà più disposto a vivere nelle stesse condizioni del passato”. In questo senso parlavo di “ponti d’oro al compromesso storico”.

Agosto-settembre 2014