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Sionismo genocida

(…) La valutazione e una contestualizzazione storica dell’attuale assalto di Israele a Gaza e quella dei tre precedenti a partire dal 2006 mostra chiaramente la politica genocida israeliana. Una politica incrementale di uccisioni massicce che non è tanto un prodotto di una spietata intenzione quanto l’inevitabile risultato della strategia globale di Israele nei riguardi della Palestina in generale e delle aree occupate nel 1967 in particolare.

Su questa circostanza occorre insistere, poiché la macchina propagandistica israeliana tenta continuamente di esporre le sue politiche fuori dal contesto e trasforma il pretesto alla base di ogni nuova ondata distruttiva nella principale giustificazione per un’altra orgia di massacri indiscriminati nei “killing fields” di Palestina.

La strategia israeliana di presentare le sue politiche brutali come una risposta ad hoc a questa o quell’azione palestinese è vecchia quanto la presenza stessa in Palestina del sionismo. È stata usata ripetutamente come una giustificazione per realizzare la visione sionista di una Palestina futura che ha al suo interno pochissimi nativi palestinesi, o nessuno. I mezzi per raggiungere questo scopo sono cambiati nel corso degli anni, ma la formula è rimasta la stessa: qualunque possa essere la visione sionistica di uno stato ebraico, essa si può concretizzare solo senza un numero significativo di palestinesi al suo interno. E oggigiorno la visione è di un’Israele che si estende quasi sull’intera Palestina storica dove milioni di palestinesi ancora vivono.

Questa visione è divenuta problematica allorché l’avidità territoriale a spinto Israele a cercare di tenere la Cisgiordania e la striscia di Gaza sotto il suo completo controllo dal giugno 1967. Israele ha cercato il modo di tenere i territori che quell’anno aveva occupato senza incorporare la loro popolazione come sua cittadinanza titolare di diritti. Al tempo stesso partecipava ad una farsa di ‘processo di pace’ per occultare o guadagnare tempo per le sue politiche di colonizzazione unilaterale messe in campo.

Nei decenni, Israele ha differenziato tra aree che intendeva controllare direttamente e quelle che voleva gestire indirettamente, con lo scopo nel lungo periodo di ridurre la popolazione palestinese al minimo mediante, tra l’altro, la pulizia etnica e lo strangolamento economico e geografico. Perciò la Cisgiordania è stata, a tutti gli effetti, divisa in zone ‘ebraiche’ e zone ‘palestinesi’ – una realtà che molti israeliani possono accettare ammesso che i palestinesi di questi Bantustan siano contenti della loro incarcerazione in queste mega-prigioni. La collocazione geopolitica della Cisgiordania crea l’impressione in Israele, quantomeno, che sia possibile ottenerlo senza aspettarsi una terza sollevazione o un’eccessiva condanna internazionale.

La striscia di Gaza, per via della sua esclusiva collocazione geopolitica, non si prestava tanto facilmente a questa strategia. Fin dal 1994, e ancor più allorché Ariel Sharon giunse al potere come primo ministro all’inizio del 2000, la strategia era di ghettizzare Gaza e sperare che in un modo o nell’altro la gente di lì – 1,8 milioni ad oggi – piombassero in un eterno oblio.

Ma il ghetto ha dimostrato di essere ribelle e non disposto a vivere in condizioni di strangolamento, isolamento, inedia e collasso economico. Non c’era modo che venisse annesso all’Egitto, né nel 1948 né nel 2014. Nel 1948, Israele ha sospinto nell’area di Gaza (prima che divenisse una striscia) centinaia di migliaia di rifugiati che aveva espulso dal nord del Naqab e dalla costa sud dove, così speravano, si sarebbero spostati ancora più lontano dalla Palestina.

Per un po’ dopo il 1967, intendeva tenerlo come un distretto che forniva manodopera non qualificata ma senza diritti umani o civili. Quando il popolo occupato ha resistito all’oppressione continua in due intifade, la Cisgiordania è stata divisa in piccoli Bantustan circondati da colonie ebraiche, ma non ha funzionato nella striscia di Gaza, troppo piccola e troppo densamente popolata. Gli israeliani non sono stati capaci, per così dire, di ‘fare una Cisgiordania’ della striscia. Perciò l’hanno chiusa come un ghetto e quando ha resistito è stato permesso all’esercito di usare le sue armi più potenti e letali per colpirla. L’inevitabile risultato di una reazione accumulativa di questo genere è stata genocida. (…)

Il contributo che avete appena letto è lo stralcio di un articolo più amplio e più completo che potete leggere integralmente sul sito www.resistenze.org, dove è stato pubblicato con il titolo “La prospettiva storica del massacro di Gaza del 2014”.
Lo ha scritto Ilan Pappe, un giovane storico ebreo che insegna in Inghilterra e che è, fra l’altro, autore dell’opera “La pulizia etnica della Palestina” (2007).
Il titolo dello stralcio che vi abbiamo proposto, invece, è redazionale.
La Red/Azione