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Ucraina: dal colpo di stato alla crisi in Crimea

In questo mio secondo articolo mi propongo di analizzare il ruolo degli oligarchi e gli eventi che dal colpo di stato delle forze filo atlantiste portano alla ribellione della Crimea e al suo ricongiungimento con la Federazione Russa, inoltre mi soffermerò sugli aspetti più propriamente strategico-militari degli eventi compresi tra metà febbraio e metà marzo.

Fin dalla presa del potere del governo golpista, è subito apparso chiaro che, a differenza delle precedenti rivoluzioni colorate del 2004/05, la posta in gioco era molto più alta e che per la minoranza russofona si prospettava un radicale peggioramento delle condizioni di vita con una netto restringimento delle libertà economiche, civili e politiche; non a caso uno dei primi provvedimenti della giunta di Kiev (come viene chiamato il governo golpista) è stata l’abolizione del russo come lingua ufficiale (lasciando solo l’ucraino). Inoltre, l’insediamento nel governo di numerosi esponenti del nazionalismo ucraino di ispirazione nazista, ha fin da subito dato libero sfogo alla russofobia delle popolazioni occidentali del paese. A questo punto vale la pena ricordare come l’Ucraina sia fondamentalmente divisa in un occidente più povero e abitato da popolazioni cattoliche che guardano alla Polonia e Lituania quali loro nazioni guida e un est più ricco e produttivo (ovviamente in relazione allo stato economico del paese) abitato da popolazioni russofone e che a tutti gli effetti si sentono parte del popolo russo. In particolare ciò  è evidente in Crimea, regione che storicamente ha sempre fatto parte della Russia e dove la maggioranza della popolazione parla russo. Ma a questo punto sarebbe sbagliato pensare che fino ad oggi i governanti abbiano rappresentato una parte del paese piuttosto che l’altra, oppure che si siano divisi tra interessi dell’Europa o quelli della Russia: la realtà è che dallo scioglimento dell’URSS, l’Ucraina è stata governata da una schiera di oligarchi che in vent’anni hanno spolpato una dei più imponenti sistemi industriali del mondo, fino a ridurlo ad un deserto economico con la stessa velocità con cui loro hanno accumulato capitali in paradisi fiscali. Non sorprende quindi vedere come gran parte degli attuali governatori delle varie regioni siano gli stessi personaggi che fino a pochi mesi fa sostenevano il presidente Yanukovich e che ora giurano eterna fedeltà ai nuovi padroni a stelle e strisce. Tra i più strenui sostenitori della giunta neonazista di Kiev troviamo Igor Kolomoysky, alto esponente della comunità ebraica, proprietario della più grande banca del paese (Private Bank) e neo governatore della regione di Dnepropetrovsk, costui è uno dei maggiori promotori della repressione anti-russa nel Donbass, ha personalmente creato e finanziato il Battaglione Dnipro e le cosiddette squadre di autodifesa territoriale, inoltre ha stabilito delle taglie per ogni ribelle catturato o ucciso. Oppure Sergey Taruta, proprietario di numerose miniere e neo governatore della regione di Donetsk (anche se, a causa della guerra civile, non ha ancora potuto esercitare le sue funzioni). L’uomo più ricco d’Ucraina è invece Rinat Akhmetov, industriale e grande proprietario di miniere nel bacino del Don che si era dapprima schierato con la popolazione filo russa, salvo poi schierarsi con il governo golpista e mandare squadre di propri operai a sgomberare gli uffici amministrativi occupati dai sostenitori della federalizzazione, ha inoltre organizzato scioperi e manifestazioni dei propri dipendenti (circa 300.000) contro i ribelli che si oppongono al governo nazista, ma con scarsa adesione. Infine vi è Petro Poroshenko, eletto presidente nelle elezioni farsa del 25 maggio; presentatosi come “il nuovo” (vi ricorda qualcuno anche qui in Italia?) in realtà è parlamentare già da sedici anni e ministro sia nel governo “arancione” del filo-occidentale Yuschenko che in quello del filo-russo Yanukovich, considerato il re del cioccolato, della tivù, dei cantieri navali e delle fabbriche automobilistiche è da sempre uomo fidato degli americani come dimostra un documento riservato del 28 aprile 2006 dell’ambasciata americana a Kiev (consultabile su Wikileaks) in cui ci si riferisce a Poroshenko come proprio uomo di fiducia e informatore (our ukraine insider); ci  fa comprendere quanto l’Ucraina sia da tempo terra di conquista e scontro tra diversi imperialismi. Così, dietro al balletto dei vari governi, il popolo ucraino ha sempre visto gli oligarchi tessere le trame e tirare le fila del potere reale. Non stupisce quindi l’apatia con cui è stato vissuto dalla stragrande maggioranza della popolazione il movimento di piazza Indipendenza,  visto solo come l’ennesimo cambio di facciata di un potere economico sempre saldo sul suo trono. Ma, come spiegato sopra, sia i primi provvedimenti del governo, sia la massiccia presenza di ministri dichiaratamente nazisti, ha messo in allarme la minoranza russa del sud-est del paese, così come, cosa più importante, ha messo in allarme la Federazione Russa che ha interessi militari ed economici strategici in Ucraina. E, mentre i precedenti governi (sia filo russi, che filo USA), avevano sempre garantito gli interessi russi (in particolare la base navale di Sebastopoli in Crimea, sede della flotta del Mar Nero), il governo golpista guidato da Iatseniuk (uomo della Timoshenko) ha fatto fin da subito capire che le navi con la croce di Sant’Andrea avrebbero ben presto dovuto sloggiare dalle proprie basi. Ora, per capire la posta in gioco, vale la pena soffermarsi sull’importanza della flotta russa del Mar Nero e su alcuni avvenimenti svoltisi nei convulsi giorni che hanno segnato il cambio di regime. L’importanza per Mosca di mantenere ad ogni costo Sebastopoli è dettata dall’enorme importanza assunta dalla Flotta del Mar Nero, recentemente rinnovata e dotata di 20 navi moderne, fra cui sei sottomarini, fregate lanciamissili specializzate nella ricerca radio- elettrica e disturbo e la nuova porta-elicotteri di classe Mistral fabbricata dai francesi. La Flotta comprende un potente corpo di spedizione (o di proiezione rapida) composta di truppe aerotrasportate e fanteria di marina. È appoggiata dalla quarta divisione aerea e da forze d’appoggio anti-aerei. Inoltre subordina una flotta indipendente di trasporto pesante composta da 135 aerei Antonov-22, An-124, IL-76MD e An-12 che assicura la proiezione di 80 mila soldati del 49º e 58º corpo d’armata. Per quanto riguarda gli eventi il 13 febbraio 2014, mentre a Kiev le proteste prendono improvvisamente una deriva sempre più violenta, uno dei quattro gruppi d’assalto aeronavali americani, formato attorno alla portaerei a propulsione nucleare George Bush (CSG-2), lascia la base navale di Norfolk per dirigersi nell’Egeo. La George Bush ha 102 tonnellate di stazza e 90 aerei a bordo; è accompagnata da 16 navi da guerra, fra cui l’incrociatore USS Philippine Sea, i lanciamissili Truxtun e Roosevelt, e tre sottomarini nucleari d’attacco. Il 18 febbraio 2014, il Parlamento ucraino è occupato dagli attivisti armati del partito neonazista Svoboda e Pravi Sektor; il 22 febbraio, il presidente Yanukovich è costretto a lasciare Kiev, e il potere viene preso dai filo-occidentali; immediatamente viene nominato direttore dei servizi di sicurezza ucraini (USB) un cittadino americano, tal Valentin Nalyvaichenko. Lo stesso giorno il Gruppo aeronavale statunitense si appresta ad entrare nel Mar Nero attraverso il Bosforo. Ciò viola il Trattato di Montreux (1936) che consente il passaggio attraverso lo stretto dei Dardanelli soltanto di navi da guerra di stazza massima 45 mila tonnellate; ma, come ha rivelato il giornale turco Hurriyet citando fonti della Difesa di Ankara, le autorità turche hanno segretamente dato il permesso di entrata alla formidabile flotta americana. Questa è la flotta che avrebbe dovuto prendere il posto della Flotta del Mar Nero russa, nelle sue basi in Crimea. A questo punto è quanto mai evidente ai russi il rischio di perdere una delle basi navali strategicamente più importanti dell’intera marina militare, non possono indugiare oltre. La Crimea è sempre stata russa finché Krusciev non la trasferì all’Ucraina nel 1954, così come la popolazione si sente a tutti gli effetti russa; nei giorni successivi al golpe di Kiev, la folla scende in piazza a Sebastopoli e, dopo giorni di assedio del Parlamento della repubblica autonoma di Crimea, caccia dal governo il Primo Ministro Anatoly Mohyliov, che aveva sùbito proclamato la sua fedeltà al Governo golpista di Kiev. Al suo posto viene votato Sergey Aksyonov, capo delle forze pro-russe. Il 6 marzo, il Parlamento autonomo di Crimea dichiara a maggioranza la scissione da Kiev e annuncia per il 16 marzo il referendum per la ricongiunzione della Crimea alla madrepatria russa. Il referendum ha porta ad un risultato netto ed inequivocabile: la Crimea torna nella Federazione Russa. Ma torniamo ora al gruppo aeronavale americano che sta incrociando nel mar Nero: vista la situazione, il 5 marzo, l’ordine iniziale viene annullato e il nuovo ordine ingiunge di fare rotta dal Pireo ad Antalya, base navale turca, e restare in attesa. I cacciatorpediniere USS Truxtun, USS Donald Cook e la fregata USS Taylor saranno le sole navi che saranno mandate in ricognizione ad incrociare davanti alle coste della Crimea del Nord, dal 7 marzo al 22 aprile, sotto pretesto di esercitazioni congiunte con le marine bulgara e romena. In realtà la USS Donald Cook aveva lo scopo di perturbare la linea di dati tra le antenne riceventi del Centro Spaziale della Flotta russa nel Mar Nero e la rete di satelliti militari ELINT nello spettro elettromagnetico; complesso ed avanzatissimo sistema che trasmette alla Crimea i dati della sorveglianza elettronica dei radar e dei sistemi di navigazione della flotta americana, gli aerei di bordo e i missili anti- nave imbarcati. L’aviazione russa ha dovuto mettere fine all’azione della Cook facendo sorvolare due Su-24MP per 11 volte a raso-ponte la nave americana avendo a bordo sistemi di disturbo nella gamma di frequenze 12-18 GH, utilizzate per neutralizzare il radar di difesa attorno all’incrociatore USA. Per gli americani e la loro supposta supremazia tecnologica è stato un grave smacco, soprattutto perché un aereo ormai datato come il SU24 (per quanto aggiornato e riadattato per la guerra tecnologica), ha praticamente “accecato” un sistema tanto costoso, quanto avanzato come l’AEGIS, potente sistema elettronico da difesa aerea, antiaerea e antimissile, che costituisce il nucleo della difesa antiaerea della flotta degli Stati Uniti, ma che ha bisogno di più navi appoggio per poter operare efficacemente (il sistema AEGIS è ancora più importante in quanto costituisce anche una parte notevole della grande rete di difesa antimissile che gli Stati Uniti sviluppano da diversi anni, ufficialmente contro l’Iran, ma che operativamente è evidentemente contro la Russia. Questa è l’importanza non solo militare, ma politica dell’AEGIS). Per i russi bloccare le tre navi americane era tanto più importante perché avevano la certezza che a bordo erano presenti sei gruppi di commandos ciascuno formato da 16 elementi; pronti a raggiungere la costa nuotando sott’acqua, invisibili, costoro avrebbero dovuto compiere azioni di sabotaggio e soprattutto creare il panico tra la popolazione, per esempio provocando esplosioni su mezzi pubblici nelle ore di punta, facendo saltare edifici pubblici ecc. Nell’imminenza del referendum di adesione della Crimea alla Russia, la paura seminata dai commandos si sarebbe tradotta in una minore partecipazione al voto da parte della popolazione, che avrebbe dato la scusa per invalidare l’elezione. Dopo il confronto ravvicinato con il SU24, l’USS Donald Cook s’è diretto in un porto rumeno, a quanto pare per riparazioni; mentre il resto della squadra aeronavale, a seguito del referendum e del ricongiungimento della Crimea con la Russia, ha ripreso il mare alla volta del Barhein.
Ma in Crimea non è solo la base di Sebastopoli ad essere di vitale importanza strategico- militare per la Russia, mi riferisco al centro di gestione delle missioni spaziali KIP-10, avente sede presso la Flotta del Mar Nero fin dai tempi sovietici (gestiva le missioni Saliout, Soyouz, Soyouz-Apollo e Lunokhod). Oggi il Centro Spaziale riceve i dati informativi dai radar antibalistici tipo Voronej-M (distanza del raggio: 6 mila chilometri) coordinati coi captatori ottici e laser situati a Lekhtusi (presso San Pietroburgo/Leningrado), Pionersi (Kaliningrad), Armavir (riva orientale del Mar Nero). Il Centro Spaziale riceve le informazioni dei satelliti d’allarme precoce KMO/K, capaci di scoprire dalla loro orbita i lanci di missili, da crociera o balistici. Il tutto si basa su antenne di 70 metri di diametro, come quella di Evpatoria in Crimea. Perdere la penisola avrebbe significato per i russi accecare la propria rete difensiva. A questo punto risulta evidente anche alla più ottusa delle maestrine dalla penna rossa quanto poco importi agli attori in gioco il destino del popolo ucraino e quanto in realtà sia tutto parte di un grande gioco strategico di accerchiamento e contenimento della Russia da parte degli imperialisti NATO.  Lo scacco matto è stato evitato appena in tempo con il referendum e il ricongiungimento della Crimea alla madrepatria; si è così passati ad una fase di guerra di posizione che sta drenando gran parte delle già misere risorse del paese. Ma non sono certo le sofferenze del popolo ucraino o la negazione dei diritti civili e politici ad impensierire chi ha coagulato nazisti, agenti del FMI e sionisti sotto la bandiera della russofobia ed ha dato avvio a una vera e propria pulizia etnica nel sud est del paese. Tutto ovviamente nel silenzio e nella disinformazione più assoluta dei mass media e dei movimenti per i diritti umani del cosiddetto “mondo libero”. Per rimanere nel parlamento italiano basti ricordare che l’unico intervento di condanna del regime ucraino è avvenuto alla camera per bocca di Marta Grande (M5S), la quale ha dovuto subire nei giorni successivi un tanto pesante, quanto infame, linciaggio mediatico ad opera di tutta la stampa di regime, in particolare (manco a dirlo) quella “di sinistra”. Nel mio prossimo articolo tratterò  gli avvenimenti che hanno portato alla spedizione punitiva contro le popolazioni del Donbass e dei suoi sviluppi.

Isidoro Ferrari