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Una sinistra Triprastrata

Ci sono parole che fanno vivere, una di queste è la parola compagni”.
I versi che avete appena letto sono di Paul Eluard, il grande, grandissimo poeta e rivoluzionario francese del secolo scorso.
Sono versi che Eluard scrisse in un’epoca in cui essere “compagni” voleva dire (e promettere) cose che oggi, in questi anni segnati dalla volgarità, dal dilettantismo, dall’ignoranza, dal tradimento e dalla pornografia politica, anche se non soprattutto “a Sinistra”, appaiono incomprensibili, fuori tempo.
Prendiamo il caso della “lista Tsipras”, l’ultimo tentativo, purtroppo solo cronologicamente, di resuscitare i cadaveri, nell’illusione idiota che sia sufficiente un’operazione di cosmetica facciale per infondere nuova vitalità a cadaveri in putrefazione.
Rinfreschiamo brevemente la memoria ai soliti, immancabili (finti) smemorati.
Barbara Spinelli, una pennivendola che è stata fra i “padri fondatori” del quotidiano La Repubblica, per poi passare al Corriere della sera e, successivamente, a La Stampa, tutti fogli di movimento e popolari, alla viglia delle ultime elezioni europee, aveva più volte dichiarato di voler mettere soltanto la propria faccia di bandiera (ed il proprio “prestigioso” nome) alla lista Tsipras”, ma di voler poi, in caso di elezione, lasciare il posto ad altri… Com’era facilmente prevedibile (e come avrebbero dovuto facilmente prevedere tutti i “compagni” affetti da idiotismo parlamentaristico cronico, un’epidemia che si pensava erroneamente estinta da lustri, che l’hanno votata, una volta ottenuta l’elezione la signora “compagna” Barbara Spinelli ci ha ripensato. Gabbando, appena chiuse le urne e come da tradizione dei partiti di casa nostra, i propri elettori.
Una vicenda assolutamente ridicola e miserabile, che merita di essere approfondita solo perché essa è indicativa del livello di degrado e di scadimento a cui, nonostante tutto, è ridotta una (sedicente) Sinistra che assomiglia ogni giorno di più ad una brutta copia del defunto PCI (che comunque aveva consistenza, caratteristiche, capacità e, soprattutto, Storia che il gruppetto capitanato da giornalisti de La Repubblica di Scalfari e da neo-sionisti alla Moni Ovadia, non hanno mai avuto e non avranno mai).
La “compagna” (solo nel senso di essere stata sentimentalmente legata nientepopodimeno che a Padoa Schioppa, il famigerato ministro dell’Economia e delle Finanze del governo  Prodi II, nonché dirigente del Fondo Monetario Internazionale, vice-direttore della Banca d’Italia, “convinto europeista” ed “autentico padre fondatore dell’euro” un vero e proprio “proletario amico dei proletari”, insomma), dicevamo, ci ha ripensato. Dando l’ennesima prova della a serietà e della coerenza (?) della Sinistra radical-chic.
A fare le spese (elettorali) della scelta della “compagna” (di Padoa Schioppa), tale Marco Furfaro, un SELlino distintosi più che altro per aver dichiarato, senza nessun senso del ridicolo o moto di vergogna, di “volere l’Europa, un’altra Europa. Ma anche l’America, l’America di Obama”.
Da qui le proteste di Furfaro,  di SEL, questa costola del PD in temporanea libera uscita, e di tutte le frattaglie maleodoranti della sedicente “Sinistra radicale”.
Una vicenda penosa, demenziale, per definirla in estrema sintesi. Ma assolutamente indicativa del livello di degrado e di scadimento a cui si è ridotto un ceto politico che sopravvive parassitariamente nutrendosi delle briciole che l’imperialismo lascia cadere a terra a beneficio dei suoi cagnolini da compagnia.
Tutto ciò, oltretutto, alla faccia dell’”altra Europa”, dell’”altro modo di far politica”, dei (sedicenti) “altreuristi” che possono a buon diritto vantarsi di aver preso per i proverbiali fondelli il solito “popolino di Sinistra” malato di cretinismo parlamentare,  di pacifismo e di legalitarismo sempre e comunque.
Se l’immenso Paul Eluard  fosse chiamato oggi a dedicare alcuni dei suoi splendidi versi ai “compagni” dell’epoca del Ridicolo, dell’Ignoranza e dell’Infamia erette ad Idoli, non esiterebbe sicuramente a riservar loro quelli che scrisse pensando ai Fascisti della sua epoca.
Un’epoca che pesa sulle spalle di quella presente come un rimprovero ininterrotto, come un monito senza tempo e senza rimedio. Di loro, insomma direbbe: ”Sono ricchi pazienti neri ordinari idioti/Ma fanno quel che possono per essere soli al mondo/Stanno ai bordi dell’uomo e lo colmano di sterco/Piegano fino a terra palazzi senza capo”.

E.C.