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Il ritorno dei G.A.P. (una recensione)

“Ma voi, quando sarà venuta l’ora
che all’uomo un aiuto sia all’uomo,
pensate a noi
con indulgenza”
B. Brecht


Di loro si è tornato a parlare, anche se solo indirettamente, nello scorso gennaio. Quando la RAI, uno dei veicoli principali di disinformazione e di intossicazione ideologia di un popolo ogni giorno che passa sempre più servile ed ottuso, ha mandato in onda lo sceneggiato “Gli anni spezzati”, un esempio, sotto forma di fiction televisiva, di come la borghesia, una classe in continua e devastante decadenza, interpreta, ricostruisce e propaganda la Storia. Una Storia vergognosamente ricostruita mescolando pettegolezzi da serva con menzogne da presidente del consiglio.
“Loro” sono i rivoluzionari genovesi che, alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso diedero vita ad un’esperienza di militanza e di lotta di classe che si distingue  per la sua originalità e  per la sua specificità. Sono i compagni dei G.A.P. (Gruppi di Azione Partigiana, una denominazione ricalcata su quella dei mitici Gruppi di Azione Patriottica della prima Resistenza antifascista) conosciuti dai più con il nome, coniato dai giornalisti dell’epoca scarsamente dotati, al pari dei loro colleghi di oggi, di cultura storica, di intelligenza comune e di obbiettività professionale, di “gruppo 22 ottobre”. Una data ricavata dal giorno di emissione di un banalissimo… biglietto ferroviario trovato nelle tasche di uno degli arrestati della cellula che operava in una Liguria non ancora devastata, prima ancora che dalle recenti alluvioni, dalle politiche, economiche ma non solo, di un capitalismo senile in avviata fese di decomposizione.
A rimediare alle devastazioni ed alle falsità di una trasmissione TV vergognosamente disinformata, è arrivata la pubblicazione, per la verità risalente a qualche anno fa, di un libro (“Animali di periferia”, di D. Alfonso, LIT EDIZIONI, Roma, 2012) che ha il merito di raccogliere le testimonianze dirette degli stessi protagonisti, vale a dire dei militanti dei G.A.P. genovesi che furono fra i pochi pronti a raccogliere l’eredità della “Resistenza tradita” e ad anticipare, in forme del tutto proprie ed originali, l’esperienza guerrigliera degli anni Settanta.
Un libro-testimonianza di cui raccomandiamo vivamente, innanzitutto ai nostri (manzoniani) 25 lettori, la lettura. Con l’unico suggerimento di saltare a pié pari l’Introduzione di Nando Dalla Chiesa, il figlio “comunista” (?) del famigerato generale responsabile di crimini e di nefandezze il cui numero supera quello delle pagine del libro che stiamo cercando di recensire
Sui G.A.P. ci sia comunque consentita qualche ulteriore considerazione. A differenza degli storici borghesi, che, al pari degli archeologi, considerano il passato come una realtà, fredda e muta, che ci sta alle spalle e che, tuttalpiù, è utile per ottenere prebende, cattedre universitarie e guadagni facili, noi riteniamo che se – e sottolineiamo se – la Rivoluzione anticapitalista ha ancora un futuro, esso sarà inevitabilmente un prodotto, per quanto inconsapevole e non-voluto, di un passato che seguiterà a macinare in forme diverse da quelle precedenti ma all’interno di un’unica corrente in cui  le acque di ieri si mescolano con acque nuove, ma provenienti dallo stesso ghiacciaio.
Il libro sui G.A.P. genovesi di cui ci stiamo occupando è importante, dicevamo.
Lo è per varie ragioni.
Elenchiamone le principali, in modo schematico per comprensibili motivi di spazio (in fondo, parafrasando il mitico pittore francese Magritte, quello che state leggendo è un articolo, non un saggio!).
Innanzitutto, “Animali di periferia” ricorda una verità finora sempre taciuta; e cioè che l’esperienza rivoluzionaria degli anni Sessanta-Settanta non è legata soltanto al risveglio di masse proletarie in lotta per il potere dentro e fuori il luogo di lavoro, in particolare dentro e fuori le grande fabbriche urbane, ma risale anche ad una componente, interna al Partito Comunista (prima che la “sezione italiana dell’Internazionale” di Lenin e di Stalin degenerasse in una putrida melma di traditori, spie ed ex democristiani) che intendeva continuare sul tracciato che era stato  interrotto dalla sconfitta dei partigiani rivoluzionari che volevano “fare i Italia quello che era stato fatto in Russia”. Questa componente, che ebbe nei G.A.P. ed in certi ambienti del PCI la propria espressione politico-organizzativa (si pensi alla frazione di Secchia) non legava strettamente le proprie sorti a quelle dello stato di salute dei movimenti. Se questi ultimi rifluivano temporaneamente, non venivano assolutamente meno le ragioni che ispiravano la lotta contro l’imperialismo, in particolare quello yankee. Anche per questo motivo, il numero dei sostenitori di questa tendenza (comunque presente anche nelle fila delle Brigate Rosse degli esordi, benché in posizione del tutto minoritaria) “passati al Nemico”, “pentiti” o “convertiti all’ideologia della borghesia militarmente vittoriosa” è pressoché inesistente. A differenza di quello che è accaduto per quanti, in una cattiva imitazione del personaggio mitologico, Anteo, che era praticamente invincibile finché rimaneva in contatto con la madre che lo aveva generato, la Terra, hanno fatto dipendere la loro legittimità dal consenso e dal sostegno delle masse, così che quando le une sono arretrate, gli altri si sono ritrovati all’asciutto, senza più, per dirla con MaoTseTung, acque in cui nuotare.
In realtà, la Rivoluzione nelle metropoli dell’imperialismo è un fenomeno privo di soggetto sociale: è una Rivoluzione portata avanti, come sostenevano i compagni della R.A.F. tedesca, da un soggetto politico, non sociale, e men che meno economico-sociale. Perché “è rivoluzionario chi lotta, e solo chi lotta è un nostro compagno”.
Il secondo aspetto dell’esperienza gappista che ci preme sottolineare è la scarsa, la pressoché inesistente attenzione per la produzione teorica. Dai compagni gappisti, nessun documento teorico, nessun volantino di rivendicazione, neppure una riga di “Risoluzione Strategica”. Perché ciò che conta sono i fatti, non le parole; è l’azione, non la giustificazione dell’azione. Le azioni non hanno bisogno di essere spiegate: hanno solo bisogno di essere fatte. Perché è anche così che si realizza quella ricomposizione fra lavoro manuale e lavoro intellettuale che rappresenta la più importante realizzazione dell’esperienza della guerriglia rivoluzionaria degli anni Sessanta-Settanta del secolo che ci sta alle spalle.
“Basta parole, prendiamo i fucili”, era uno slogan urlato dai militanti dell’epoca.
Perché i fucili arrivano là dove le parole non potranno mai arrivare. E perché chi non riesce a trovare neppure una buona ragione, anche una sola; neppure un valido motivo, anche uno solo, per lottare contro l’imperialismo e contro la borghesia, merita soltanto di vivere come un servo, come uno schiavo.
Fra i primi, i compagni dei G.A.P. di Genova hanno dimostrato di non voler essere né servi né schiavi.
L. A.