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La morte di Nelson Mandela

Riceviamo e pubblichiamo. La Red/Azione

La morte di Nelson Mandela
Eredità

di Daniela Trollio (*)

Proprio mentre i capi delle superpotenze versavano ipocrite lacrime al funerale di Nelson Mandela – che fino al 2008 faceva parte della lista dei “terroristi” stilata dal Dipartimento di Stato USA -  (ahimé, la memoria è corta e selettiva…. come ricorda in altra parte di questa pagina Salim Lamrani), nella Repubblica Centroafricana si consumava un altro massacro: le truppe coloniali (non vi è altro modo per definirle) del presidente “socialista” francese Hollande uccidevano oltre 600 persone. Un secondo gradino, dopo l’intervento in Mali, per riprendersi – manu militari – le colonie perse negli anni gloriosi, per i popoli, della decolonizzazione.
Ironia della sorte, nessuna voce si è alzata per protestare contro questo – fra i tanti – nuovo progetto di ricolonizzazione.

I capi di stato presenti a Pretoria, primo fra tutti Barak Obama, nello stadio di Pretoria hanno cercato una legittimazione democratica che non hanno: ma perché scegliere proprio la figura di Mandela?

Gli anni fra il 1960 e il 1980 videro il nascere, l’affermarsi e la vittoria dei movimenti di liberazione nazionale del continente africano: Algeria, Namibia, Tanzania, Angola, Mozambico, Sudafrica.
In quel contesto la battaglia contro uno dei regimi più odiosi della storia, l’apartheid, divenne il simbolo della lotta contro l’ingiustizia.

L’apartheid veniva da lontano, dalla nascita dell’Unione del Sudafrica nel 1910, quando alla maggioranza nera della popolazione venne impedito di occupare posti nel parlamento. Nel 1913 la legge impediva ai neri di comprare terre al di fuori di aree designate. Nel 1923 venivano introdotti altri meccanismi di segregazione, fino al 1948 quando l’apartheid diventa  legge dello stato sudafricano, con la vittoria alle elezioni del Partito Nazionale Unificato che aveva basato la sua campagna proprio su una piattaforma di politiche di segregazione razziale.
L’apartheid divenne così il sistema di amministrazione della mano d’opera a bassissimo costo del capitalismo sudafricano.

Negli anni ’80 la pressione delle lotte di liberazione nazionale, le sconfitte militari – prima di tutte quella subita a Cuito Cuanavale – le rivolte all’interno del paese dirette dall’ANC (Congresso Nazionale Africano) di Nelson Mandela e la crescente pressione internazionale indussero il regime di Pretoria a venire a più miti consigli.
Oltretutto la nascente globalizzazione poneva al paese la necessità di modernizzare un’economia troppo centrata nell’estrazione dei minerali e nell’agricoltura. Ma un’economia moderna non poteva funzionare con una mano d’opera che viveva in condizioni di schiavitù, ancor meno se questa era ormai coscientemente in rivolta contro queste condizioni.
Iniziarono così i negoziati per la “transizione” tra il regime e l’ANC, l’organizzazione che aveva diretto la battaglia contro l’apartheid fin dagli anni ‘20.
La fine dell’apartheid e l’introduzione del principio guida – “un uomo, un voto” – fu senza dubbio una grandissima vittoria che diede l’accesso al potere politico dell’ANC, simbolizzato dall’arrivo alla presidenza di Mandela nel 1994.

In nome della “riconciliazione nazionale”, la minoranza bianca (circa 4 milioni di bianchi che dominavano 18 milioni di appartenenti alla popolazione originaria sudafricana) che aveva beneficiato di 60 anni di apartheid (e di 200 anni di colonizzazione) rimaneva comunque in possesso di tutti gli “attivi” del Sudafrica. La maggioranza nera non ebbe diritto ad alcun tipo di indennizzo.
A tutt’oggi, ad esempio, l’87% delle terre sono in mano a capitalisti bianchi, e le ricchezze del sottosuolo appartengono a società multinazionali.

Intanto stava cambiando anche il panorama internazionale: con il collasso dell’Unione Sovietica, il neoliberismo avanzava trionfante.
L’ANC arriva quindi al potere e si trova ad un bivio: continuare la lotta per una Repubblica Sudafricana  basata sulla concordia razziale, sull’uguaglianza e sul controllo sociale o limitarsi appunto alla “riconciliazione nazionale” e alla cosiddetta “Strategia di crescita, impiego e redistribuzione” (GEAR), uno schema di sviluppo di stampo neoliberista.
L’ANC, insieme al Partito Comunista Sudafricano e alla COSATU, la nuova confederazione sindacale unificata, sceglie quest’ultima strada. E abbandona i progetti di nazionalizzazione e di risarcimento che erano contemplati nella sua Carta per la Libertà adottata nel 1955, optando per una transizione in cui l’ordine economico si mantiene inalterato, con l’unico cambiamento il nascere e crescere di una borghesia nera.

Nel nuovo Sudafrica le grandi imprese avevano bisogno di facce nere nei loro consigli direttivi. Figura emblematica in questo senso è quella di Cyril Ramaphosa: combattivo dirigente sindacale dei minatori negli anni ’80, vice-presidente dell’ANC, che oggi è soprattutto un uomo d’affari, forse il più ricco del paese. Tra le società in cui ha interessi c’è la multinazionale Lonmin, che salirà agli “onori” della cronaca in quanto proprietaria della miniera di Marikana.
Un altro esempio è il successore di Mandela, Thabo Mbeki (presidente del Sudafrica dal 1999 al 2008), che proibì la somministrazione di medicinali alle donne incinte sieropositive (potenza delle multinazionali del farmaco, che guadagnano di più curando i malati che prevenendo le malattie???) , provocando secondo stime più di 300.000 morti di AIDS nel paese.

Cambiare tutto per non cambiare niente: i frutti amari di questa scelta li vedremo appunto nell’agosto 2012 con la strage – anche quella ormai dimenticata – dei minatori di Marikana e la vergognosa posizione assunta in quell’occasione dalle tre componenti del potere, l’ANC, il Partito Comunista Sudafricano e la COSATU.
Ma li vediamo anche nelle continue, sanguinose, lotte non solo degli operai e dei minatori, ma degli abitanti delle township come quelle che hanno provocato più di 100 arresti a Soweto nello scorso settembre, quando i manifestanti sono scesi nelle strade per reclamare servizi pubblici decenti nelle baraccopoli, accolti dai proiettili di gomma della polizia.
Anche se i nostri giornali non lo scrivono, tra aprile e maggio di quest’anno ci sono state più di 600 proteste nelle sole provincie di Gauteng, Johannesburg e Soweto per denunciare la povertà e la mancanza dei servizi essenziali.

Oggi il Sudafrica, uno dei paesi più “emergenti”, tanto da entrare a pieno titolo nei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e appunto, Sudafrica), con il PIL più alto di tutto il continente, ha una popolazione di più di 20 milioni di abitanti, urbanizzati per il 60% nelle township (quartieri poveri), un tasso di disoccupazione di quasi il 40% della popolazione attiva e si trova al 148° posto nell’indice di sviluppo umano.

Mandela non ha mai “rotto” pubblicamente con i suoi eredi politici. Ha però dedicato i suoi ultimi anni proprio alla lotta contro l’AIDS e contro la povertà.
E forse è proprio questo suo “silenzio” che è piaciuto agli ipocriti rappresentanti delle nazioni che hanno sostenuto i razzisti di Pretoria, hanno fornito loro per decenni armi e finanziamenti e oggi vedono nel Sudafrica una vetrina (le altre tradizionali, come l’Europa e gli stessi USA ormai scarseggiano) da cui esibire i “successi” del neoliberismo.

E’ questo un tragico frutto delle lotte di liberazione nazionale che non hanno avuto …  il coraggio?, ….la capacità? di essere conseguenti e di battersi non solo contro gli effetti nefasti ma contro la causa di questi effetti – che si chiama sfruttamento, miseria, in una parola “imperialismo, fase suprema del capitalismo”.
Una rivoluzione incompiuta: questa è l’eredità che il prigioniero di Robben Island lascia al suo paese. A suo eterno onore va il fatto di averla iniziata; di essere stato una figura chiave della lotta per la liberazione nazionale; altri la compiranno.

(Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”
Via Magenta 88, Sesto S.Giovanni MI)