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Elezioni municipali in Venezuela: l’analisi del voto

Riceviamo e pubblichiamo un’analisi sull’odierna situazione venezuelana. La Red/Azione

Il voto rafforza e stabilizza il governo, ma i nuvolini all’orizzonte non scompaiono del tutto.
Lo scorso 8 Dicembre, poco più di 9 mesi dopo la morte di Hugo Chavez, e quasi 8 mesi dopo la vittoria di stretta misura del candidato bolivariano Nicolás Maduro alle elezioni presidenziali, nuovo appuntamento elettorale in Venezuela, il quarto in poco più di un anno.
Cominciamo dai risultati.
Il PSUV, partito principale del chavismo, ed i suoi alleati,  hanno eletto 242 sindaci (72. 24 %) con 5.277.491 voti; la MUD, principale coalizione di opposizione, ed i suoi alleati, hanno ottenuto 75 sindaci (22.39%) con 4.423.897 voti. Altri 18 sindaci restanti, son stati eletti con l’appoggio di altre organizzazioni politiche. In termini di voto popolare assegnato ai vari blocchi politici, la sintesi è la seguente: circa 54% al chavismo, circa 44% alla opposizione, il 2% ad altre forze (fonte).
Il livello di astensione è stato di poco superiore al 41%. Più basso di analoghe elezioni precedenti, ma la maggior partecipazione ci deve anche alla forte mobilitazione elettorale anti-chavista. Ciò non toglie che l’alto livello relativo di partecipazione costituisca un successo per il governo.
Se confrontassimo queste ultime elezioni con le elezioni presidenziali dello scorso 14 Aprile, disputate 40 giorni dopo la morte dell’amato presidente Chavez, e vinte da Maduro contro Capriles per appena 223.599 voti, non dovremmo avere difficoltà a parlare di un rafforzamento del PSUV e dei suoi alleati, che stavolta prendono oltre 850.000 voti in più della MUD.
La situazione in realtà è un tantino più complicata. In generale non è corretto paragonare troppo appuntamenti elettorali troppo diversi. Questo è ancora più vero in Venezuela dove le elezioni municipali non solo sono maggiormente condizionate da fattori locali, ma soprattutto come già detto determinano tradizionalmente livelli di astensione molto elevati.
Proviamo tuttalpiù a fare un paragone con le precedenti elezioni municipali. Per esempio con quelle del 2005 dove i livelli di astensione sfiorarono addirittura il 70%. In generale nei precedenti appuntamenti elettorali di questo tipo, il chavismo aveva mantenuto, come del resto questa volta, una certa prevalenza sia in termini di voti popolari che di sindaci eletti. Spiccava però, sino alla vigilia di queste ultime elezioni, il governo da parte anti-chavista dei due municipi più grandi del paese: quello di Maracaibo e quello della Grande Caracas.
Mi ricollego a questo ultimo punto per evidenziare quello che a mio avviso è il principale e nel contempo più contraddittorio dato che emerge da queste elezioni dell’8 Dicembre. Da un lato il chavismo in parte supera il mini-shock psicologico del “quasi pareggio” alle elezioni presidenziali di Aprile, segnate dalla recente morte di Chavez e seguite da un periodo abbastanza turbolento costellato da denunce di brogli elettorali da parte della opposizione, e da una campagna di pesante boicottaggio economico portata avanti dalle forze economiche ad essa contigue. Da aggiungere anche l’assassinio di 21 giovani militanti chavisti da Aprile ad Ottobre 2013, includendo quelli caduti nei giorni convulsi succeduti alle elezioni presidenziali del 14 Aprile (fonte).
Per rappresentare maggiormente l’aspetto positivo del bilancio post-elettorale per il governo si deve tener conto di altri due elementi: i dati del voto controbilanciano, seppure in parte, la tendenza del chavismo a perdere consensi in atto all’incirca dal 2007; l’opposizione aveva presentato queste elezioni come un “plebiscito” contro il presidente Maduro, a loro dire illegittimo perché eletto grazie a brogli, e lo stesso candidato sconfitto alle presidenziali Capriles Radonski, si era personalmente impegnato nella campagna per eleggere i sindaci.
Dall’altro lato però l’opposizione, pur perdendo nuovamente in termini di voto popolare e numero di sindaci eletti, mantiene il governo di Maracaibo  e della Grande Caracas, e strappa al chavismo il governo di Valencia e Barquisimeto. Stiamo parlando delle 4 maggiori città venezuelane, collocate in quel cosiddetto “asse centro-occidentale” del paese, dove si colloca la maggior parte della popolazione e delle attività commerciali ed industriali. L’opposizione vince anche nella capitale dello stato di Barinas, lo stato natale del presidente Chavez.
In genere in un paese moderno ed urbanizzato, la forza politica che prevale nelle grandi città è quella più dinamica ed orientata al futuro. Questo suscita interrogativi su come dopo oltre 14 anni di chavismo al comando di uno degli stati più ricchi del sud del mondo, e di fronte ai vari problemi ancora esistenti nel paese ( inflazione, insicurezza, corruzione etc.), una parte importante ed urbanizzata del paese, incluse quote di settori popolari e marginali, percepisca il chavismo come una forza di conservazione e difesa di uno status quo non del tutto accettabile. Inoltre la maggiore prevalenza del chavismo nei centri minori e nelle zone rurali, dove le attività economiche private sono meno sviluppate e la popolazione è maggiormente dipendente dall’intervento diretto e indiretto dello Stato, autorizza l’ipotesi che una parte non irrilevante del consenso al Chavismo non sia dettata da fattori ideologici o dalla adesione convinta alla idea del “socialismo del secolo XXI”, ma sia influenzata da meccanismi di tipo assistenziale se non anche clientelari, meccanismi peraltro non nuovi nella storia del paese.
Concludendo e per non rivestire troppo i panni dell’avvocato del diavolo. Certamente le elezioni municipali del Dicembre 2013 che, non dobbiamo dimenticare,  l’opposizione aveva aggressivamente propagandato non solo come occasione per il “plebiscito” contro Maduro, ma anche per propiziare la promozione del referendum revocatorio allo scadere della prima metà del mandato presidenziale nel 2016, si sono invece risolte in una boccata di ossigeno per il governo bolivariano. Boccata tanto più importante perché nel medio periodo non sono previsti altri appuntamenti elettorali di rilievo.
Dall’altro lato però queste elezioni non risolvono del tutto il problema della tendenza di lungo periodo verso una crisi di consenso del chavismo, a partire proprio dalle aree più popolate e sviluppate del paese.
Quel “Golpe de Timon” quindi, chiesto da Chavez ai suoi ministri in uno dei suoi ultimi discorsi durante una riunione del governo, ed iniziato in parte da Maduro con le recenti campagne di Novembre contro il caro-prezzi e il boicottaggio economico scatenati dai suoi avversari, resta ancora in buona parte da realizzare. Il fatto che per un po’ non si tornerà a votare potrebbe costituire una condizione favorevole in più, per dedicarsi a quei cambiamenti ritenuti necessari in primis dallo stesso Chavez, ma anche da molti altri-e che stanno nel campo bolivariano.

Angelo Zaccaria

Milano 16 Dicembre 2013