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La Libia oggi

Sono passati ormai due anni da quando gli Stati-canaglia asserviti agli interessi imperiali degli USraeliani aggredirono la Libia del colonnello Gheddafi.
La criminale aggressione a cui l’Italia fornì, come sempre, siano i governi di destra oppure “di sinistra”, appoggio diretto ed indiretto durò quasi otto mesi. E venne venduta, anche da noi, dai media di regime e di finta-opposizione (Radio Popolare in testa) al solito pubblico di beoti e di catto-comunisti, come un “intervento umanitario diretto a proteggere la popolazione civile”.
E’ passato qualche tempo anche dalle immagini, a dir poco indecenti ed infami, di Gheddafi barbaramente torturato, violentato ed assassinato accolte dal compiacimento di una deliziata ed eccitata segretaria di stato yankee Hillary Clinton. E dalle dichiarazioni, fatte dal giardino della Casa Bianca, del presidente Obama sull’avvento di una “nuova Libia democratica”.
Conducendo l’aggressione alla Libia “araba, popolare e socialista” alla testa dei loro servi più fedeli ed idioti, gli USraeliani perseguirono il loro obiettivo principale: sostituire la crescente influenza economica e politica di Russia e Cina con la propria egemonia; assumere il controllo diretto delle risorse energetiche locali e fermare l’assalto delle rivoluzioni arabe ai regimi collaborazioni e filo-occidentali di Egitto e Tunisia (fra gli altri).
Si può dire oggi, ad alcuni anni di distanza, che tutti questi obiettivi, o gran parte di essi, sia stata realizzata; e che quindi il bilancio dell’aggressione Usraeliana debbe essere considerato positivo?
I costi in vite umane, innanzitutto. Secondo stime recenti ma ancora incomplete, circa 50 mila civili libici sono caduti vittime (il numero dei feriti è più o meno simile) dell’aggressione. Migliaia di “seguaci di Gheddafi” e di lavoratori immigrati provenienti dai Paesi africani vicini sono oggi imprigionati in galere gestite da diverse milizie, che non hanno esitato, fino ad oggi, a torturarli e/o a giustiziarli senza dover rendere conto del loro criminale operato ad alcun tipo di Autorità, nazionale o internazionale.
Il tasso di disoccupazione libico supera il 30%, l’economia è in rovina, lo Stato inesistente e la situazione in un Paese controllato di fatto da bande armate dedite al contrabbando di armi ed al banditismo appare completamente allo sbando. Si pensi che, soltanto pochi mesi fa, il primo ministro libico, Ali Zaidan, è stato sequestrato e tenuto prigioniero da una delle tante milizie armate, più o meno integraliste, che stanno mettendo a ferro e a fuoco un Paese prospero e pacifico.
Come se non bastasse, solo pochi giorni fa, il 15 novembre, i mercenari anti-Gheddafi sostenuti dalla NATO hanno sparato contro una manifestazione pacifica, occupato basi militari e saccheggiato arsenali. In nome della “democrazia” (yankee)?
La produzione di petrolio, da parte sua,  è scesa da 1,6 milioni di barili al giorno a soli 15 mila. Più di 6430 milioni di dollari di reddito nazionale sono finiti persi per violenze, scioperi e blocco dei porti petroliferi attuati dai miliziani.
I dati, assolutamente parziali ed incompleti, fin qui ricordati confermano che, oggi, la situazione in Libia non è granché diversa da quella in Afghanistan o in Irak; e cioè nei Paesi che sono stati vittime di aggressioni da parte dell’imperialismo Usraeliano e dai suoi servi più fedeli, Italia in testa.
Là dove la pretesa (puramente propagandistica) era impiantare gli alberi della Democrazia e della Libertà, oggi fioriscono e si estendono le piantagioni del Crimine, del Fascismo, della Povertà, dello Sfruttamento, della Diseguaglianza Sociale.

I dati citati nell’articolo sono in gran parte tratti da V. Platov, New Oriental Outlook, 28 novembre 2013, in: www. journal-neo.org.


Luca Ariano