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Italioti in giallo

Il mio vicino di casa non legge libri gialli. Anzi, proprio non legge nessun genere di libro. In questo, al pari di almeno la metà degli Italioti, i quali, statistiche docent, leggono in media un libro all’anno. Dato che, più realisticamente, va interpretato così: che più d’uno ne legge molti e, la stragrande maggioranza, nessuno. In fondo lo si sa bene: la Statistica è solo un metodo, non una scienza (non aggiungo “esatta”, come si è soliti fare, perché una qualsiasi disciplina scientifica, se non è esatta, che razza di disciplina scientifica è?).
Dicevo che il mio vicino di casa (vogliamo chiamarlo il “casalingo di Milano”, visto che prossimamente convolerà a giuste nozze con la ben più famosa “casalinga di Voghera”?) non legge libri gialli. E, men che meno, li scrive.
Gli Italioti (frutto della contrazione fra Italiani ed Idioti), infatti, non hanno nessun “gusto del Crimine”. Non nel senso che non possano diventare o non diventino anch’essi dei criminali, tutt’altro; bensì in quello che non hanno, assolutamente o quasi, una “cultura del Crimine”. A differenza, per fare solo due esempi, del Nordamericani e degli Inglesi.
E ciò per una serie di ragioni, gran parte delle quali rinvenibili ed approfondite molto meglio di quanto non riusciremmo a fare noi in questo breve e ben più modesto scritto, in un testo di Giacomo Leopardi addirittura del 1824: “Dei costumi degl’Italiani”.
In estrema sintesi, ed operate gli opportuni ed inevitabili adattamenti, gli Italiani non scrivono e non leggono i libri gialli perché sono privi di una “forte vita interiore”. Che, tradotto ed adattato all’argomento di cui ci stiamo occupando, vuol dire: gli Italiani non sono in grado di nutrire sentimenti “forti”, ad eccezione di quelli condivisi con il resto del regno animale.
Tradizionalmente, da noi, la vita si svolge per lo più all’aperto; da qui la “cultura dello spettacolo”, del vestir bene, dell’apparire, del prendersi reciprocamente in giro, del pettegolezzo e del vivere alla giornata, senza preoccuparsi del futuro e senza curarsi del passato.
L’assenza di sentimenti “forti” implica l’assenza delle idee del Bene e del Male; e non solo della loro esistenza ma soprattutto della loro distinzione.
Gli Italioti, infatti, non sanno vivere “il tragico”: alla fine di ogni tragedia c’è sempre qualcosa di comico. Da qui l’importanza della Commedia dell’Arte, che, nascendo sul terreno di una cultura prevalentemente orale, non viene scritta, bensì eseguita su canovacci, per soddisfare il sempre insoddisfatto bisogno di improvvisazione. Per non parlare dell’altrettanto celebre Sceneggiata napoletana, in cui persino la Morte viene sublimata “esteriorizzandola” e trasformandola in farsa.
A tutti questi ingredienti aggiungete una religione “nazionale”, il Cattolicesimo, che fa dell’opportunismo fariseo e della assurdità/contraddittorietà teologica (Uno che è Tre, “date a Cesare quel che è di Cesare”; Resurrezione del Morto e dei morti…); una Storia patria disseminata di tradimenti, di voltagabbanismo, di dominazioni/occupazioni straniere, ecc.; un “familismo amorale” che si sostituisce allo Stato e ad una forma qualsiasi di “coscienza civica”; una lunga e persistente tradizione contadina ostile alla modernità; una vita politica in cui la corruzione si intreccia con una mentalità mafiosa; e via elencando i tratti tipici del “carattere italiano” che trovate misurate nelle periodiche rilevazioni dell’ISTAT e nei saggi dedicati all’argomento… Ebbene, mescolate tutti questi ingredienti, agitateli ben bene ed otterrete, come risultato una miscela gustando la quale, per quanto paradossale possa apparire, ricaverete la risposta al nostro quesito di partenza.
All’interrogativo cioè sulle ragioni per le quali il mio vicino di casa, e gli Italioti più in generale, non solo non sanno scrivere gialli, ma non amano neppure leggerli.
Per fare entrambe le cose, infatti, occorrerebbe possedere quantomeno la coscienza della distinzione netta fra il Bene ed il Male, una coscienza moderna, scientifica, metropolitana.
Che il mio vicino di casa sicuramente non ha.
A lui, infatti, interessa soltanto che il Milan vinca il derby; che un lavoro qualsiasi gli garantisca un salario capace di soddisfare i suoi “bisogni di fantasia”, per dirla con Rousseau, non solo quelli fisiologici, elementari; che una donna, non importa quale, appaghi le sue più plebee pretese…
Gente così non soltanto non leggerà e non scriverà mai un giallo, ma non farà mai neanche una Rivoluzione.
Se non altro perché, in una Rivoluzione – come, se vogliamo, nei telefilm del tenente Colombo – si sa già, fin dall’inizio, chi è il colpevole.

Luca Ariano

tratto da http://tintefosche.altervista.org

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